Una lezione turca

Come sempre (o quasi) avviene nella mia piccola opera di divulgazione, vedo di mettere a disposizione di chi la lingua del colonizzatore ancora non l’ha imparata, un caso emblematico per dimostrare (semmai ce ne fosse il bisogno) uno dei tanti benefici che un regime di tassi di cambio variabili ha rispetto a uno a cambi fissi.

Turchia. Il governo è sotto pressione per un caso di corruzione su cui non mi voglio dilungare (google it, if you want). Che succede alla lira turca? Ha toccato il minimo storico sul dollaro. Cioè si è svalutata rispetto al dollaro. Utilizzando le parole del responsabile per i mercati emergenti di BNP Paribas, “gli investitori hanno realizzato che, senza una risposta politica al calo della lira, non c’è motivo per comprare [la lira, ndr]. La banca centrale non sembra voler vendere le sue riserve per fermare la tendenza, ed è difficile vedere la situazione politica placarsi prima delle elezioni di marzo.”

Insomma, data la difficile situazione politica, gli investitori non comprano lire, provocando una svalutazione della moneta a causa delle misteriose forze di mercato (domanda e offerta, lol).

Inoltre, vieni a sapere da un articolo della professoressa di economia della University of Maryland che il settore privato turco è un tantino indebitato con l’estero, contraendo debiti in dollari. Una lira che si svaluta, quindi, peggiore la condizione creditizia delle aziende turche. Ecco perché è importante per la banca centrale turca mantenere un certo tasso di cambio sostenibile. Lo scandalo corruzione indebolisce questa politica economica, mettendo a rischio tutto il sistema economico di un paese, per giunta grande come la Turchia.

Facciamo un confronto con l’euro? Vogliamo parlare del famoso vincolo esterno che avrebbe dovuto imporre ai governi spreconi dei Piigs delle riforme che li avrebbero resi biondi e virtuosi? Prendiamo la Grecia: nonostante la nota  irresponsabilità dei suoi governi, per anni si è indebitata a tassi bassissimi, quasi uguali a quelli tedeschi. E questo è stato possibile grazie all’euro: il rischio Grecia era percepito come rischio Germania. A qualcuno potrà sembrare una buona cosa, er dividendo dell’euro. Invece, semplicemente, ha permesso alla Grecia di accumulare un enorme debito estero che, quando poi gli investitori non si sono più fidati, ha provocato tutti i problemi e i dolori di cui siamo ormai ben consapevoli (si spera…). Il cosiddetto sudden stop, di cui si parla anche nell’articolo citato sopra, li ha sepolti.

Per finire, mi ricollego a un recente post del professor Alberto Bagnai, il quale ha fatto notare come sia il cambio flessibile, e non quello fisso, a disciplinare i governi. I politici turchi, si spera, si guarderanno bene dall’instabilità politica causata da scandali come quello che li vede protagonisti in questi giorni. Delle riforme verranno fatte per non finire a gambe all’aria.

Con buona pace di chi crede nel vincolo esterno.

Perché?

Un articolo dell’Economist di questa settimana ci offre un paragrafo in cui è contenuta tutta la follia della moneta unica, o, se volete, il motivo per essere contro la moneta unica. Eccolo, tradotto per voi:

All’interno della zona euro, i paesi in difficoltà non possono svalutare per riguadagnare competitività o adottare politiche monetarie accomodanti per soddisfare le proprie esigenze. Invece, devono subire un aggiustamento fatto da dolorosi tagli salariali e conseguente caduta dei prezzi relativi a quelli delle altre economie. Questa “svalutazione interna” può essere fatta gradualmente, moderando i salari, come ha fatto la Germania prima della crisi; ora, invece, è portata avanti attraverso tagli ai salari e profonde recessioni. Nel mentre le nazioni in surplus commerciale, come la Germania, l’Olanda e l’Austria, godono di un tasso di cambio artificialmente basso. Se la Germania stesse ancora usando la propria moneta, il Marco, questa si sarebbe sicuramente apprezzata.

Punto. Se l’ortodossia economica rappresentata dall’Economist certifica questa dinamica infernale della svalutazione interna da una parte e del tasso svalutato dall’altra, non ci rimane che chiederci il perché di tutto questo.

Perché dobbiamo vederci togliere il pane di bocca e guardare i giovani disoccupati emigrare all’estero, solamente per salvare una moneta che qualcuno lassù ha voluto senza nemmeno chiedere il permesso?

Perché?

FMI: “Tagliare i salari in Italia”

Dopo il monito lanciato nei confronti di Spagna e Francia, ecco che il Fondo Monetario Internazionale ci dedica gentilmente un po’ della sua attenzione. Ne sentivamo la mancanza.

Ovviamente si va sempre nella stessa direzione: “RIFORME STRUTTURALI!!!”. Che poi, volendo, suonerebbe anche bene. Ma quando poi si va nello specifico, si va a toccare sempre il solito tasto: riforma del mercato del lavoro e moderazione salariale.

Lo abbiamo detto, ridetto, stradetto e ultradetto: secondo la Troika, la via di uscita dalla crisi è quella di trasformare l’Europa in un bacino di lavoro a basso costo, per permettere alle economie dei singoli paesi di esportare e di godere dei frutti del mercantilismo, tanto caro alla Germania.

E come si arriva a questo stato di cose? Semplice: più competitività! E come si diventa competitivi? Semplice: offrendo prodotti a prezzi più bassi sui mercati internazionali. E come si raggiunge questo abbassamento di prezzi? Semplice: tagliando i costi di produzione delle aziende, tra cui il famoso costo del lavoro. Tradotto, si diventa più competitivi dando una bella ritoccata ai salari, ovviamente al ribasso. Tanto per capirci, per la Spagna il FMI ha consigliato un taglietto del 10%.

Di seguito, ecco le parole del FMI dedicate all’Italia:

Riforme Strutturali – Priorità per rilanciare la crescita

Nel corso degli anni passati, le autorità si sono cimentate nella realizzazione di un’ampia agenda di di riforme. Tuttavia, c’è bisogno di ulteriori misure per incrementare la produttività e aumentare l’occupazione.

Migliorare i dati dell’occupazione italiana, specialmente tra giovani e donne, è una priorità. Chiudere metà del gap occupazionale con il resto d’Europa (circa 4½ punti percentuali) potrebbe far aumentare il Pil del 2½ entro il 2018.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il FMI ha proposto miglioramenti nei programmi a supporto delle persone che cercano lavoro, semplificazione dei contratti e decentralizzazione del processo di determinazione dei salari. “Attualmente, le autorità locali sono responsabili per le attività di collocamento e formazione, e avrebbero bisogno di maggiore coordinamento,” spiega Sergi Lanau, un economista del desk Italia, “mentre la determinazione dei salari è molto centralizzata e trarrebbe benefici da accordi a livello aziendale che possano combinare meglio salari e produttività.”

Prima di tutto, vorrei far notale la visione totalmente supply-side (offertista) del FMI: se si chiude il gap occupazionale si fa crescere il Pil, e non viceversa. Cioè: non è la crescita del Pil che crea posti di lavoro, ma la creazione di posti di lavoro che fa crescere il Pil. Il fatto che non ci sia abbastanza domanda per far sì che le aziende vendano di più, e che quindi, in un secondo momento, possano iniziare ad assumere, non li sfiora nemmeno.

Poi, con il solito giro di parole su produttività e contratti semplificati (leggesi flessibilità in uscita, cioè licenziamenti facili) si spiega come in Italia ci sia bisogno di dare un’aggiustata ai salari. Dal momento che l’economia italiana si trova in profonda recessione, non è difficile capire che si tratta inevitabilmente di un bel taglio salariale collettivo.

Ricapitolando: il FMI è convinto che, con salari più bassi e più facilità di licenziamento, le aziende inizierebbero ad assumere più lavoratori, e che questo processo porterebbe a una crescita del Pil, evidentemente trainata dalla domanda esterna (export) visto che la domanda interna viene abbattuta dal taglio salariale.

Insomma, un’ideona, una genialata: riduciamo lo standard di vita dei cittadini italiani, annulliamo lo stato di welfare, e affidiamoci alle esportazioni, in un periodo in cui le nazioni emergenti, e cioè quelle che tirano, e che soprattutto hanno una competitività di prezzo superiore alla nostra, stanno rallentando.

Ricordiamoci sempre: tutto questo dobbiamo farlo perché abbiamo il simpatico vincolo estero, l’euro.

Good luck!

Draghi: “Tagliare i salari nell’eurozona”

Il Presidente della Bce Mario Draghi ha preso parola in una conferenza dall’oscuro titolo “l’Europa e l’euro – un affare di famiglia”, organizzata dall’impronunciabile Bundesverband der Deutschen Industrie and Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände. Le su parole, una dopo l’altra, le potete trovare qui.

Arriviamo subito al punto. Da pagina 2 a pagina 4, si evince una clamorosa invasione di campo del presidente di quella che dovrebbe essere un’autorità monetaria indipendente, e che quindi non dovrebbe affatto occuparsi delle politiche economiche adottate da governi di paesi sovrani. Invece Draghi ci mette il becco. Si dirà che le politiche monetarie devono procedere di pari passo con politiche fiscali, e che quindi Draghi è giustificato a parlare.

Ok. E che dice Draghi? Molto semplice: le nazioni europee, soprattutto quelle in difficoltà, devono procedere attraverso un taglio dei salari dei lavoratori, col fine di aumentare la loro competitività (delle nazioni, s’intende). Parole che pesano come un macigno nello scenario europeo: dopo la proposta del Fondo Monetario Internazionale di tagliare i salari del 10% in Spagna (e “moderarli” Francia) e il conseguente endorsement del vice-presidente della Commissione Europea, nonché commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn (entrambi li trovate qui), ora anche il terzo membro della Troika si schiera. Ecco la traduzione del passaggio fondamentale del discorso di Draghi:

La competitività può essere misurata in più modi, ma fondamentalmente è il confronto tra costi relativi e produttività relativa. All’interno dell’eurozona, dal momento che ogni stato condivide lo stesso tasso di cambio, una misura chiave di competitività è il costo relativo del lavoro in relazione alla produttività relativa – in altre parole, il costo unitario del lavoro.

Nella prima decade dell’unione monetaria, non si è prestata attenzione al costo del lavoro e alle sue implicazioni sulla competitività. Questo perché c’era la falsa presunzione che i conti delle partite correnti non fossero importanti in un’area con una moneta unica. Il risultato è stato che sono emersi squilibri di competitività. Abbiamo visto salari e produttività procedere su trend divergenti in molti paesi dell’eurozona. Per qualcuno di essi è venuto a crearsi un significativo gap di competitività che ha prodotto grandi deficit delle partite correnti.

Perché tutto ciò è importante?

Non solo perché persistenti deficit delle partite correnti creano delle vulnerabilità, come la dipendenza da finanziamenti esterni e un settore bancario super-indebitato, ma anche perché, a partire dal 2008, quei paesi che erano più competitivi hanno in media goduto di margini maggiori, minori livelli di debito pubblico, più crescita e più occupazione.

Questa correlazione suggerisce che chiudere questo gap di competitività è una componente chiave per migliorare l’attuale situazione economica.

Chiudere il gap di competitività

Un modo per riacquistare competitività velocemente è quello di focalizzarsi sul numeratore del costo unitario del lavoro – i salari nominali. Un ulteriore approccio a lungo termine è quello di aumentare il denominatore – e cioè di raggiungere livelli più alti di produttività. A mio parere, oggi nell’eurozona abbiamo bisogno di entrambi.

Sul primo numero (salari nominali, ndr), nell’eurozona ci sono già incoraggianti segnali di riequilibrio in termini di competitività di costi.  In parte grazie alle riforme strutturali introdotte da diversi paesi, sta avvenendo un aggiustamento dei costi relativi, dopo che questi sono stati disallineati in passato.

Ad esempio, il volume delle esportazioni spagnole è cresciuto di più del 20% a partire dal 2009. Col passare del tempo, un aumento dei margini di profitto dovrebbe consentire alle aziende spagnole di espandere la propria capacità e assumere lavoratori.

Permettetemi però di essere chiaro: io non considero la competitività come una corsa tra i paesi dell’eurozona, con vincitori e vinti. Ecco perché la sfida di lungo periodo di aumentare il livello di produttività è altresì fondamentale. Mentre l’aggiustamento dei costi aumenta la competitività solo in maniera relativa, gli aumenti di produttività, incrementando la crescita, possono beneficiare tutte le nazioni.

Uff, roba tosta.

Ricapitoliamo: in un primo momento, Draghi ammette implicitamente che la causa della crisi non è l’eccessivo indebitamento pubblico dei PIIGS, cosa peraltro ormai ampiamente risaputa. No, la crisi è stata innescata da un eccessivo indebitamento del settore privato delle nazioni periferiche, in particolare del loro settore bancario, che ha aperto le porte a enormi (e incontrollati) afflussi di capitale che, ovviamente, hanno fatto nascere, usando le parole di Draghi, “grandi deficit delle partite correnti”. 

Questa è quindi la diagnosi ormai accettata anche dai più alti membri del PUDE. Passiamo alla cura: come uscire dalla crisi? Per non dare troppo nell’occhio, Draghi propone due vie: quella del taglio salariale e quella dell’aumento della produttività. La seconda, però, viene bollata come “misura di lungo periodo”: in poche parole, dato che siamo con l’acqua alla gola, lasciamola perdere e concentriamoci sulla prima.

Qual è l’esempio portato dal Presidente della Bce? La Spagna, ovviamente, la quale, come già precisato sopra, è stata oggetto di una precisa richiesta da parte del FMI appoggiata dalla Commissione Europea: tagliare i salari del 10%.

Conclusione – Le parole di Draghi non sono affatto sorprendenti per chi ha aperto gli occhi già da un pezzo: in assenza di un tasso di cambio flessibile, shock esterni devono essere assorbiti dalla forza lavoro attraverso disoccupazione di massa e tagli salariali: la cosiddetta svalutazione interna.

Cari lettori, a questo punto sarete portati a pensare che tutte le maggiori testate giornalistiche italiane riportino le parole di Draghi con titoli funesti, del tipo: “Draghi, taglio dei salari unica soluzione”, o “La Bce ai governi europei: tagliate gli stipendi dei lavoratori”. Invece no: tutti i maggiori quotidiani nazionali hanno ovviamente scritto che Draghi ha tenuto un discorso, senza però scrivere nemmeno una parola sulla proposta fondamentale fatta dal Presidente della Bce.

Ecco a voi il Corriere, la Repubblica, la Stampa, il Messaggero, il Secolo XIX, il berlusconiano il Giornale e persino il controcorrente Fatto Quotidiano. Tutti che blaterano di riforme, competitività, eccetera, facendo acrobazie per non menzionare quello che è il vero messaggio di Draghi. Insomma, la solita mala informazione infarcita di leccaculismo e sottomissione al dogma unico del PUDE.

Purtroppo per loro, al giorno d’oggi esiste una cosina chiamata internet. Sempre purtroppo per loro, c’è qualcuno che sa dove scovare le notizie. Ancora purtroppo per loro, c’è chi non ha problemi con la lingua inglese. E, soprattutto, c’è chi ha aperto gli occhi e vuole informare i propri concittadini affinché facciano altrettanto.

I giorni dell’euro, prima o poi, finiranno, e sarà anche merito nostro.

Aggiornamento del 17 settembre, ore 21.09: leggete un po’ qua. Sembrerebbe che il caro Olli Rehn abbia dichiarato che in Italia i salari non sono allineati alla produttività, e che  “paesi come Francia, Italia e Finlandia perdono la loro fetta di mercato sull’economia mondiale” proprio perché il livello salariale sarebbe troppo alto. Giusto per ricordare a quelli che “l’Italia non è la Grecia” che ci siamo dentro anche noi, fino al collo. Se vi ritroverete il vostro stipendio abbassato di un buon 10%, non dite che non ve l’avevo detto…

 

Euroscettici nel 1992

Scusate se mi occupo ancora di Krugman, ma in questo periodo sembra aver preso gusto a parlare della crisi euro.

Mi riferisco a un suo post pubblicato sul suo blog qualche ora fa, in cui si fa riferimento a una discussione tra super-economisti tenutasi al famoso MIT nel lontano 1992. Ecco la traduzione integrale, sempre fatta per amor di popolo, del resoconto del dibattito.

I professori di economia del MIT si sono riuniti ieri pomeriggio per discutere la proposta di unione monetaria europea. I problemi economici europei hanno avuto grande spazio ultimamente, con la Francia che ha approvato il trattato di Maastricht la scorsa domenica e la Bundesbank tedesca che ha continuato a tenere alto il tasso d’interesse.

I professori, Olivier Blanchard PhD ’77, Rudiger W. Dornbusch, Stanley Fischer PhD ’69, e Paul R. Krugman PhD ’77, hanno tutti convenuto che una comune valuta europea poterebbe sfavorevoli ripercussioni economiche.

“Ci sono davvero pochi argomenti a favore dell’adozione di una moneta unica in Europa,” ha detto Fischer.

Blanchard ha sottolineato come il fascino dell’unione monetaria sia in parte dovuto al successo della moneta comune adottata dagli Stati Uniti. Uno degli svantaggi che risulterebbe dall’adozione di una moneta unica europea, sarebbe che le nazioni partecipanti sperimenterebbero un aumento del tasso di disoccupazione. I dati storici degli Stati Uniti suggeriscono che questo tipo di disoccupazione alla fine diminuirebbe, stabilizzandosi, un fatto che mitiga l’apprensione riguardo l’adozione della moneta unica.

Ma, dice Blanchard, probabilmente il tasso di disoccupazione, in Europa, non si stabilizzerebbe così facilmente come è avvenuto qui. In America, i lavoratori possono facilmente migrare di stato in stato, alleviando gli shock di disoccupazione; in Europa, invece, le barriere linguistiche potrebbero limitare o addirittura eliminare questi flussi migratori.

“L’unione monetaria funziona negli Stati Uniti perché i lavoratori possono muoversi liberamente tra gli stati. La mobilità del lavoro in Europa è insignificante,” ha detto Blanchard. L’aggiustamento che avverrebbe in Europa sarebbe “molto lungo e doloroso”.

Krugman ha suggerito che devono esserci sufficienti flussi commerciali tra le aree che condividono la moneta unica, affinché il meccanismo funzioni. E cioè l’ammontare dei flussi commerciali tra due città in due diverse nazioni dovrebbe essere comparabile a quello che avviene tra due città all’interno di uno stesso Paese.

Krugman ha citato come esempio il Canada e gli Stati Uniti: sebbene le tariffe siano basse tra le due nazioni, i flussi commerciali tra due città canadesi sono molto più significativi che quelli che ci sono tra due città ai lati opposti del confine. Per quanto riguarda l’Europa, l’intensità dei flussi commerciali è persino minore, per via delle differenze linguistiche, culturali, con gusti e attitudini diverse.

Sebbene gli economisti abbiano espresso apprensione sull’unione monetaria, alcuni studenti europei hanno accolto l’idea. Patrick M. Piccione ’95, uno studente belga, ha dichiarato, “credo che una moneta unica ci constringerebbe ad adottare un maggior coordinamento tra i Paesi della comunità economica europea”.

Tutto chiarissimo: già nel 1992 c’erano abbastanza elementi per capire che l’unione monetaria europea sarebbe stata una catastrofe.

Resta da capire chi sia il signor Piccione, il quale pare aver capito, già da allora, qual è il vero scopo dell’unione monetaria: “costringerci a…”. Costringerci è la parola giusta, “to force” in inglese, l’essenza di quel vincolo esterno che ci è stato imposto da qualche illuminato burocrate perché facessimo la cosa giusta, sempre.

Un’ultima domanda: come sarebbe andata a finire se, invece di un Piccione, avessero intervistato qualche volatile un po’ più nobile, che ne so, una candida Colomba o un Aquila Reale?

Lo dice Krugman, in tutta semplicità

In un post intitolato “The Asian Crisis Versus the Euro Crisis”, Paul Krugman fa capire in grande scioltezza perché per un Paese è opportuno avere il controllo sulla propria valuta.

Krugman confronta la crisi asiatica con quella dell’eurozona. Più precisamente, il nobel per l’economia confronta le risposte di Indonesia e Grecia alle crisi economiche che le hanno coinvolte, rispettivamente nel 1997-1998 e 2007-2008. Ebbene, guess what? L’Indonesia ha risposto molto meglio. E perché mai? Ecco la risposta, tradotta per voi:

È opportuno ricordare che tutto ciò che si dice sul perché la Grecia non riesce a riprendersi – problemi strutturali, corruzione, mancanza di leadership, yada yada (che sarebbe il nostro “bla, bla, bla”, ndr), veniva detto anche per l’Indonesia. Quindi, perché l’Indonesia è riuscita a riprendersi e la Grecia no?

Beh, per due ovvi motivi: l’Indonesia aveva una valuta che ha potuto svalutare, e svalutò in maniera massiccia. Ciò fu causa di grande stress finanziario nel breve periodo, ma ha aperto la via ad una crescita trainata dalle esportazioni. E il FMI, dopo aver inizialmente predicato misure di austerità in Asia, fece dietro-front e cambiò direzione; questa volta, invece, la Troika è stata inflessibile, senza imparare nulla dall’esperienza.

Chiaro, semplice, o, come dice Krugman stesso, ovvio. Questo non vuol dire che un’eventuale ritorno alla “nuova lira” sarebbe un gioco da ragazzi: come si legge nell’articolo, l’Indonesia fu soggetta a un grande stress finanziario, nel breve periodo. Qui, però, mi chiedo: e ora? Non stiamo forse vivendo in un periodo di grande stress finanziario?

La differenza sta nel dopo. Con l’euro, dopo il breve periodo c’è il baratro. Con una valuta “giusta”, c’è la ripresa. Perché, parliamoci chiaro: l’Italia ha tantissimo da esportare, e lo ha dimostrato negli anni, costruendo una grande economia degna di far sedere il nostro primo ministro in uno dei seggi del G8. E, badate bene, corruzzzzione, cattivi politici e fannulloni esistevano già allora.

Quindi… che aspettiamo?

La Grande Menzogna e il Piano Diabolico

ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE. Ecco il link del discorso tenuto da Andreas Dombret, membro del board della Bundesbank, in cui si parla della crisi euro: passato, presente e futuro. In queste 5 pagine c’è tutto: la Grande Menzogna (si parla esplicitamente di flussi di capitale verso le nazioni periferiche, ma la causa della crisi, alla fine, viene attribuita ai soliti debiti sovrani, invece che all’enorme debito PRIVATO accumulatosi in quegli anni); il dito puntato verso i brutti e cattivi governi che accrescevano i debiti pubblici; statistiche inventate per legittimare l’uso dell’austerità (secondo Dombret la maggioranza delle persone in Francia, Spagna, Italia e Germania chiede a gran voce misure di austerità, ma LOL!); la chiamata alle riforme, in particolare a quella del lavoro, in nome della FLESSIBILITÀ; e varie misure che sarebbero necessarie per salvare l’Eurozona (Patto di Stabilità, Unione Bancaria; Rispetto Indipendenza della BCE, ecc.).

Questa volta non tradurrò tutto (sono 5 pagine di schifezze!), ma c’è un passaggio FONDAMENTALE:

Non solo le nazioni dell’Eurozona devono mettere i conti in ordine, ma devono anche effettuare riforme per essere più competitive. Non c’è una soluzione semplice, pronta per l’uso; ogni nazione ha bisogno di riforme diverse. C’è però un comune denominatore. Il mercato del lavoro deve essere reso più flessibile. Un mercato del lavoro flessibile aiuta le imprese ad adattarsi velocemente a diverse situazioni. Ciò non è importante solamente in periodi di crisi, ma favorisce anche il ritmo complessivo della crescita economica.

In poche parole: crisi -> licenziamenti di massa -> taglio dei salari e peggioramento delle condizioni lavorative -> più competitività -> esportazioni -> quanto siamo bravi e belli noi tedeschi.

Vogliamo adottare questo modello? Ok. Basta però avere il coraggio di dirlo.