Sarà la Germania la prima a uscire dall’euro?

1 minuto di attenzione a quello che dice il Premio Nobel Dr. Thomas J. Sargent, sperando che capiate l’inglese.

Se l’inglese non lo capite, ve lo traduco qua sotto:

“Il secondo punto è politicamente delicato. Vedete, non si dovrebbe dire in pubblico, quindi non parlatene con nessuno quando ve ne andrete (per i complottisti: il tono è ironico, ndr). Ci sono due motivi per uscire da un’unione monetaria. Voi leggete i giornali: quali paesi si dice che possano uscire dall’euro? Mettiamola così. Un paese dalla politica fiscale dissoluta, come la Grecia o la Spagna, potrebbe decidere di uscire per evitare altre minacce che mirano a imporre disciplina e controllo fiscale sul proprio governo; questo tutti lo possono capire. Però pensateci. Un paese dalla prudente politica fiscale, come la Germania, potrebbe voler uscire per evitare di dover soccorrere, o comunque per evitare di essere sempre nella posizione di dover imporre dolorose misure disciplinanti ai governi di altri paesi dell’unione monetaria. E ora ve lo dico: ci sono modi in cui la Germania può uscire dall’unione monetaria in maniera sottilissima, sofisticata e liscia come l’olio. E ho sentito persone parlare di questa ipotesi in incontri a porte chiuse.”
Vi riporto la frase in inglese, che rende ancor più l’idea: I’ve heard people talking about that behind closed doors.
Sarà la Germania la prima a uscire dall’euro, decretandone la fine? Questo è quello che un premio Nobel ci vuol far capire…
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Praet (BCE) la pensa come Bagnai: l’euro ha impedito le riforme strutturali

Vi traduco un passaggio del discorso di Peter Praet (BCE) tenutosi qualche giorno fa a Washington. Se non vi va di leggere tutto per intero, passate direttamente alla frase in grassetto.

“Quando fu stabilita l’unione monetaria, le condizioni per una convergenza economica sembrarono seguire il modello prestabilito. I tassi di interesse nominali tra le nazioni più ricche e quelle più povere si allinearono rapidamente. Flussi di capitale si diressero verso le economie con bassa produttività, in cui il prodotto marginale del capitale era più alto, favoriti dal fatto che era stato eliminato il rischio di cambio all’interno della zona euro. Per fare un esempio, tra il 1999 e il 2008, l’esposizione delle banche dei paesi più ricchi verso le economie periferiche (Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo) aumentò di più di cinque volte. […] Apparentemente, questi sviluppi sembrarono contribuire alla convergenza: la crescita del PIL nelle nazioni meno sviluppate era generalmente maggiore che nelle nazioni più ricche. Invece, quello che ora sappiamo è che non ci fu alcuna convergenza nella produttività del lavoro. In particolare, l’accumulazione di capitale nei paesi periferici non si tradusse in una più alta crescita della produttività totale dei fattori (TFP). La TFP in realtà si scostò tra i paesi più ricchi e quelli più poveri. Infatti, fu osservata una correlazione positiva tra il livello iniziale di PIL pro capite e la crescita media della produttività totale dei fattori: i tassi di crescita più alti della TFP si verificarono in Germania, Austria, Olanda e Finlandia. Una caso speciale è costituito dall’Italia, in cui il livello iniziale di PIL pro capite era alto, ma la TFP converse al ribasso verso le economie meno sviluppate. Ciò sembra essere stato causato dal fatto che la diminuzione dei tassi di interesse reali abbia allentato i vincoli fiscali e abbia ridotto l’incentivo da parte dei governi a impegnarsi in riforme strutturali“.

Che è esattamente quello che il prof. Alberto Bagnai disse nel suo discorso alla Commissione Finanze della Camera il 4 dicembre 2013 (punto 3), citando : “è stato proprio l’accesso al credito a buon mercato, garantito dall’integrazione monetaria europea, che ha permesso ai paesi deboli di rinviare le riforme. Se non ci fosse stata una totale integrazione monetaria, paesi che si stavano indebitando troppo sarebbero stati penalizzati dai mercati con l’imposizione i tassi d’interesse più alti da subito, oltre che con la svalutazione del cambio, e semplicemente non avrebbero potuto fare quello che hanno fatto”.

Amen.

Parla Weidmann!

Di seguito tradotti alcuni passaggi del discorso del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, tenutosi alla cerimonia per la consegna del premio Wolfram Engels il 28 marzo 2014.

Precedentemente all’unione monetaria, la speranza fu quella che i mercati finanziari esercitassero un effetto disciplinante sulla politica fiscale dei paesi aderenti. Ci si aspettava che l’esclusione della responsabilità reciproca (mutual liability) portasse gli investitori a domandare un premio al rischio adeguato sui titoli di stato, il che avrebbe reso l’indebitamento pubblico assai più costoso.

Questa aspettativa, però, non si è avverata. Al contrario, l’eccezionale convergenza dei tassi d’interesse, avvenuta persino prima dell’unione monetaria, permise a quei paesi con alti tassi d’interesse a indebitarsi in modo più favorevole.

[…] Accadde così che i bassi tassi d’interesse permisero a grandi flussi di capitale di confluire nei paesi della periferia della zona euro, che però non furono utilizzati in maniera profittevole. Il fatto che i salari siano aumentati più della produttività, inoltre, ha messo a dura prova la competitività di quelle economie. A conti fatti, il debito pubblico e/o privato crebbe fortemente, mentre il conto delle partite correnti si deteriorò.

Ciò fu terreno fertile per la crisi debitoria della zona euro, che inizio nel 2010, dopo la crisi finanziaria ed economica globale.

Come fare quindi, si chiede Weidmann, a rafforzare questo principio di responsabilità reciproca (mutual liability)?

Rafforzare la responsabilità reciproca vuol dire essenzialmente che sia i governi che le banche dovranno continuare a prendersi le proprie responsabilità come conseguenza delle loro azioni. Ciò implica che i cittadini sono in primo luogo i responsabili per le finanze pubbliche del paese in questione, e, in secondo luogo, gli investitori sosterranno le conseguenze delle loro decisioni di investimento.

Io credo, ad esempio, che in un quadro europeo basato sulla responsabilità individuale di ogni singola nazione, si debba prima ripiegare sui contribuenti del paese colpito da un’eccezionale emergenza finanziaria, dal momento che alti debiti pubblici sono spesso associati a un alto tasso di ricchezza privata.

Punti chiave:

• Weidmann spiega che il cambio fisso serviva a disciplinare i singoli paesi, anche se con scarso successo.

• Weidmann spiega come i bassi tassi d’interesse abbiano provocato l’esplosione del debito pubblico e/o privato (quell’e/o è fantastico), con buona pace di quelli der dividendo dell’euro, secondo cui i tassi bassi ci avrebbero favorito.

• Weidmann spiega come la convergenza dei tassi sia avvenuta addirittura prima dell’unione monetaria, con buona pace (ancora) di quelli der dividendo dell’euro. Un dividendo non c’è stato, e se c’è stato, fu dannoso (vedi punto precedente).

• Weidmann spiega che i cittadini sono responsabili per le finanze pubbliche del loro paese, e che quindi devono cacciare i soldi quando lo stato è sotto stress finanziario.

• Weidmann spiega che la misura di cui sopra va specialmente presa nei casi di alto debito pubblico e consistente ricchezza privata (vedi alla voce Italia).

Cari piddini, in poche parole Weidmann ha smontato qualche vostra favola, ha dimostrato l’aspetto fascista dell’unione monetaria (cambio fisso disciplinante) e vi ha messo a 90 suggerendo di prelevare parte dei vostri risparmi. Che facciamo, aspettiamo il cetriolo o ci svegliamo?