Praet (BCE) lo dice chiaro e tondo

Due giorni fa, Peter Praet della BCE ha fatto un discorsino al The Economist’s Lisbon Summit, ovviamente in Portogallo.

Ebbene, siamo quindi in un contesto particolare: un paese messo in ginocchio dalla Troika. Cosa avrà da dire un membro di alto rango della BCE di fronte a disoccupati e nullatenenti? Eccovi la traduzione eng-ita.

Dando uno sguardo agli indicatori sull’occupazione dell’OECD index, è chiaro come Portogallo, Spagna, e Grecia abbiano registrato notevoli miglioramenti nel 2013. In questi tre paesi, il mercato del lavoro è attualmente considerato più flessibile che quelli di Lussemburgo, Italia, Francia, Germania, Belgio e Olanda. Questo fattore aiuta a raggiungere un giusto equilibrio tra protezione del lavoro che dà stabilità – incoraggiando i lavoratori a investire su capacità specifiche – e mobilità – permettendo un ribilanciamento tra settori produttivi e non produttivi.

Questi stessi paesi hanno anche introdotto diverse misure per legare i salari alla produttività. Il nesso tra contratti collettivi e condizioni economiche è stato rafforzato attraverso la possibilità di raggiungere accordi a livello aziendale. In Grecia, il salario minimo è stato significativamente ridotto per favorire l’occupazione giovanile; in Portogallo, i salari sono stati congelati e la retribuzione delle ore di straordinari considerevolmente ridotta. L’indicizzazione dei salari è diventata meno rilevante in Spagna, mentre in Cipro è stata del tutto abolita.

In tutti questi paesi, le riforme del mercato del lavoro hanno iniziato ad avere un impatto sui salari del settore privato. La quota salari per lavoratore del settore privato si è notevolmente ridotta in Grecia a partire dal 2011, correggendo quello che fu un insostenibile aumento prima della crisi, e questo aggiustamento si sta verificando anche in Spagna, Portogallo e Cipro nel 2012-2013. Sono consapevole delle difficoltà create da questo processo, ma è una condizione necessaria per rispondere al bisogno di aggiustamento dei salari in modo da ridurre la disoccupazione e ripristinare la competitività esterna di questi paesi. Ci aspettiamo che questi effetti positivi domineranno la scena futura e aiuteranno la ripresa dell’occupazione nei prossimi anni.

Che la salvezza dell’euro passi attraverso la cosiddetta svalutazione interna lo sappiamo, è una storia vecchia. Che però un burocrate della BCE vada a Lisbona a esaltare il fatto che salari dei lavoratori dei paesi della periferia europea vengano tagliati, sembra un po’ eccessivo. Gioire perché in Grecia un giovane al suo primo impiego abbia una paga da schiavo, non è un gesto di gran classe. Esultare perché in Portogallo, appunto, le ore di straordinari di chi si fa un culo così, vengano sempre meno retribuite, non è carino. E così via…

Ora che lo dicono chiaro e tondo, non sarebbe il caso di aprire gli occhi?

Quanto vale la vera INFORMAZIONE

Tratto da La Repubblica del 31 dicembre 1998. Scrive Giuseppe Turani.

L’unica novità, non di poco conto, è che, finalmente, i cambi saranno assolutamente fissi, praticamente di ferro. Faranno fede, cioè, per l’eternità i rapporti di cambio fissati durante la cerimonia del 31 dicembre. In quell’occasione viene detto che ci vogliono 1900 e rotti lire per fare un euro. E numeri analoghi vengono dati per tutte le altre monete degli undici paesi aderenti. E queste sono le famose “parità”. Ma poiché le parità delle singole monete verso l’euro sono fisse, immutabili (per la semplice ragione che nel 2002 le monete nazionali spariranno proprio dalla circolazione) ne risulta che, se volete andare in vacanza in Francia o a Berlino, non dovrete più preoccuparvi se in quel periodo (poniamo, Pasqua) il franco e il marco sono ‘su’; o ‘giù’, e quindi se la vostra vacanza sarà cara o a buon mercato. Il marco e il franco saranno esattamente là dove avranno detto che si devono trovare durante la cerimonia del 31 dicembre.

E questa, per la verità, è la grandissima novità dell’era euro. A partire dal primo gennaio non dovrete mai più preoccuparvi di ‘come vanno’ le monete degli altri 11 Paesi europei. Per mille giorni non andranno da nessuna parte, ma resteranno ferme e immobili al loro posto. Poi, scompariranno, inghiottite dalla riforma, e non le rivedrete mai più. In sostanza, “entrare” nell’euro, adesso che abbiamo fatto tutti i sacrifici, non sarà difficile: bisognerà all’inizio, tenere in tasca una di quelle macchinette e ricordarsi, ogni volta che qualcuno ci farà un pagamento in euro, che cento euro sono circa 200 mila lire.

Ma anche questa piccola e relativa confusione durerà poco. A partire dal luglio del 2002 (sempre che questa scadenza non venga anticipata), la vita del signor Rossi e del geometra Bianchi farà un deciso salto di qualità. All’inizio gli sembrerà persino che non sia vero. Le monete nazionali usciranno dalla circolazione e avremo in tasca (e in banca) solo euro. E quindi se Rossi e Bianchi si troveranno in Place Vendome e vorranno offrire un aperitivo alle loro signore, non dovranno fare altro che infilare le mani in tasca, prendere qualche euro e pagare il conto. Sempre in euro potranno anche dare la mancia al cameriere.

In realtà, dietro alle piccole novità della vita quotidiana, c’è un’innovazione di portata storica: 350 milioni di persone che (pur governati da undici diversi governi) avranno dal primo gennaio 1999 la stessa moneta. Una semplificazione enorme nei commerci e nei traffici fra tutti questi paesi e il resto del mondo. Ma, soprattutto, un modo per legare insieme i destini di questi 350 milioni di persone. E, come sottoprodotto, di questa rivoluzione, avremo la scomparsa, la cancellazione, la distruzione anche fisica, della lira. Un evento che meriterebbe celebrazioni particolari perché la lira, l’esistenza di una moneta nazionale italiana, è stato lo strumento attraverso il quale negli ultimi vent’anni o più sono stati compiuti dalla politica enormi delitti contro gli italiani (svalutazioni, inflazione, spese pazze, disordine nel bilancio pubblico). Non arrivo a dire che, senza la lira, forse oggi non avremmo tre milioni di disoccupati, ma certo saremmo nel complesso un paese molto migliore. Quindi, quando il primo gennaio 1999, la lira avrà cominciato a morire, non ci dovrebbe essere motivo di commozione, piuttosto di alzare il bicchiere, e dare un bacio alla vostra signora (o alla vostra fidanzata).

Ora, mi piacerebbe sapere se il signor Turani, un po’ di imbarazzo, a rileggere queste righe, lo prova. Le leggere inesattezze (per usare il Goofy-dizionario) di questo signore (quello che ha vomitato nel finale contro la lira è straordinario) erano ciò che gli italiani si sentivano dire ogni giorno, col fine di legittimare un cambio epocale senza passare al vaglio democratico del popolo. Alla luce di quanto è successo, delle aziende chiuse, dei posti di lavoro persi, e delle vite umane annesse a questi avvenimenti, facciamoci una domanda: quanto vale la vera informazione? Se ragioniamo in opportunity cost, e cioè a cosa abbiamo sacrificato per entrare nell’euro… beh, possiamo dire che vale tanto. Tantissimo.

A futura memoria.

Tutto chiaro, dal 1999

Breve annuncio. Ieri mi sono detto: perché non andare a ripescare gli articoli della piddina Repubblica all’epoca dell’introduzione dell’euro? Che dire, ci sono pezzi fenomenali. Alla luce di quello che sappiamo e vediamo oggi, tutto assume una luce diversa. Prendiamo ad esempio questo articolo, comparso su La Repubblica del 3 gennaio 1999, intitolato “I tedeschi si convertono all’euro”.

Parla Hans Tietmeyer, l’allora presidente della Bundesbank, la Banca Centrale tedesca. Ecco le sue parole: “La Banca centrale europea dovrà garantire la sua indipendenza da ogni ingerenza dei poteri politici degli undici paesi partecipanti all’ Ume” (simpatico notare come la Germania abbia un pochino di influenza sulla Bce) e aggiunge “Una politica sociale e di bilancio responsabile, riforme interne, accordi salariali moderati dovranno aiutare la Bce”.

Come scusa?! Ha proprio detto “accordi salariali moderati”? Sembra proprio di sì.  Mi volete forse dire che è dal 1999 che si parla di moderazione salariale, e nessuno a sinistra si è mai mosso per difendere quello che dovrebbe essere il suo elettorato di riferimento, e cioè i lavoratori??? Se poi si pensa che le riforme Hartz, quelle che hanno flessibilizzato il mercato del lavoro tedesco e creato i famosi minijob, sono state introdotte nel 2002, è facile capire come il disegno, per i burocrati che hanno architettato la zona euro, era già chiaro fin dall’inizio. Liberare il capitale per schiacciare il lavoro, ridistribuire ricchezza dal basso verso l’alto. Semplice.

Ma torniamo ai sinistri di casa nostra. Delle due l’una: stupidi o complici. Ma è facile capire come stanno le cose, quando ci si imbatte in un articolo come questo. Primo gennaio 2002. Introduzione fisica dell’euro. Notare le prime righe dell’articolo: la folla di Italiani a Vienna che inneggia a Romano Prodi, implorandogli di tornare in patria, e lui che prende parte alla festa con un “Boni, boni” da osteria. L’articolo prosegue, fino a toccare un punto di ruffianeria ancora inesplorato. Sentite qui:

Bolgia, Prodi è schiacciato da centinaia di italiani – «A casa non è rimasto nessuno?» – a cui si aggiungono austriaci brindanti ed euforici. Schuessel ride. «Professore, abbiamo comprato questo cappelletto con il maiale. Con l’ euro, qui i Bancomat funzionano» urla un ragazzo. «In Italia mi chiamano presidente, in EmiliaRomagna professore. Poi chi vuole Romano» racconta Prodi al cancelliere austriaco. «A me van bene tutti».

Wow. Che quadretto commovente. Una domanda affiora: come diavolo a fatto il giornalista di Repubblica, tale Marco Marozzi, a cogliere una tanto futile conversazione tra due personalità tanto importanti? Bah… Ma non perdiamoci in fesserie, parla il professore (o presidente? O Romano?). Ecco la perla economica, rispondendo agli invidiosi americani:

«Se gli americani giudicano tutta la storia con l’ esperienza del loro Paese, allora è inconcepibile per loro una moneta che non rappresenti uno Stato unico. E hanno davanti quel che è successo quando una nazione, l’ Argentina, ha voluto adottare la valuta di un’ altra, proprio il dollaro… Ma attenzione. Noi adottiamo una moneta che riguarda diversi Stati, però dopo aver messo in atto codici di disciplina che hanno cambiato questi stessi Paesi».

Aaaahhhh, Romano, e noi che ci eravamo preoccupati. Che stupidi: noi abbiamo disciplina! Eccerto…

Chicca finale: il leitmotiv che ci avrebbe accompagnato per più di 10 anni, e che tuttora sentiamo continuamente.

Pensate cosa sarebbe successo dopo l’11 settembre se non avessimo avuto la moneta unica, pensate all’Argentina, alla crisi asiatica e russa? L’euro non si è mosso per niente».

Chiaro. Se non avessimo avuto l’euro, l’invasione di cavallette non l’avremmo mica evitata. E la scampata morte di tutti i primogeniti? Quella non conta?

Ma in fondo la colpa è nostra. I Prodi, i Tietmeyer, loro ce l’hanno sempre detto. Sta lì, in un articolo del 1999, 15 (QUINDICI) anni fa. Si sono fatti i loro interessi, che c’è di male? La colpa è nostra, che andavamo a Vienna a festeggiare il professore. E che oggi prepariamo l’ascesa di Renzi e del vate Serra. Good luck!