FMI: “Tagliare i salari in Italia”

Dopo il monito lanciato nei confronti di Spagna e Francia, ecco che il Fondo Monetario Internazionale ci dedica gentilmente un po’ della sua attenzione. Ne sentivamo la mancanza.

Ovviamente si va sempre nella stessa direzione: “RIFORME STRUTTURALI!!!”. Che poi, volendo, suonerebbe anche bene. Ma quando poi si va nello specifico, si va a toccare sempre il solito tasto: riforma del mercato del lavoro e moderazione salariale.

Lo abbiamo detto, ridetto, stradetto e ultradetto: secondo la Troika, la via di uscita dalla crisi è quella di trasformare l’Europa in un bacino di lavoro a basso costo, per permettere alle economie dei singoli paesi di esportare e di godere dei frutti del mercantilismo, tanto caro alla Germania.

E come si arriva a questo stato di cose? Semplice: più competitività! E come si diventa competitivi? Semplice: offrendo prodotti a prezzi più bassi sui mercati internazionali. E come si raggiunge questo abbassamento di prezzi? Semplice: tagliando i costi di produzione delle aziende, tra cui il famoso costo del lavoro. Tradotto, si diventa più competitivi dando una bella ritoccata ai salari, ovviamente al ribasso. Tanto per capirci, per la Spagna il FMI ha consigliato un taglietto del 10%.

Di seguito, ecco le parole del FMI dedicate all’Italia:

Riforme Strutturali – Priorità per rilanciare la crescita

Nel corso degli anni passati, le autorità si sono cimentate nella realizzazione di un’ampia agenda di di riforme. Tuttavia, c’è bisogno di ulteriori misure per incrementare la produttività e aumentare l’occupazione.

Migliorare i dati dell’occupazione italiana, specialmente tra giovani e donne, è una priorità. Chiudere metà del gap occupazionale con il resto d’Europa (circa 4½ punti percentuali) potrebbe far aumentare il Pil del 2½ entro il 2018.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il FMI ha proposto miglioramenti nei programmi a supporto delle persone che cercano lavoro, semplificazione dei contratti e decentralizzazione del processo di determinazione dei salari. “Attualmente, le autorità locali sono responsabili per le attività di collocamento e formazione, e avrebbero bisogno di maggiore coordinamento,” spiega Sergi Lanau, un economista del desk Italia, “mentre la determinazione dei salari è molto centralizzata e trarrebbe benefici da accordi a livello aziendale che possano combinare meglio salari e produttività.”

Prima di tutto, vorrei far notale la visione totalmente supply-side (offertista) del FMI: se si chiude il gap occupazionale si fa crescere il Pil, e non viceversa. Cioè: non è la crescita del Pil che crea posti di lavoro, ma la creazione di posti di lavoro che fa crescere il Pil. Il fatto che non ci sia abbastanza domanda per far sì che le aziende vendano di più, e che quindi, in un secondo momento, possano iniziare ad assumere, non li sfiora nemmeno.

Poi, con il solito giro di parole su produttività e contratti semplificati (leggesi flessibilità in uscita, cioè licenziamenti facili) si spiega come in Italia ci sia bisogno di dare un’aggiustata ai salari. Dal momento che l’economia italiana si trova in profonda recessione, non è difficile capire che si tratta inevitabilmente di un bel taglio salariale collettivo.

Ricapitolando: il FMI è convinto che, con salari più bassi e più facilità di licenziamento, le aziende inizierebbero ad assumere più lavoratori, e che questo processo porterebbe a una crescita del Pil, evidentemente trainata dalla domanda esterna (export) visto che la domanda interna viene abbattuta dal taglio salariale.

Insomma, un’ideona, una genialata: riduciamo lo standard di vita dei cittadini italiani, annulliamo lo stato di welfare, e affidiamoci alle esportazioni, in un periodo in cui le nazioni emergenti, e cioè quelle che tirano, e che soprattutto hanno una competitività di prezzo superiore alla nostra, stanno rallentando.

Ricordiamoci sempre: tutto questo dobbiamo farlo perché abbiamo il simpatico vincolo estero, l’euro.

Good luck!

Draghi: “Tagliare i salari nell’eurozona”

Il Presidente della Bce Mario Draghi ha preso parola in una conferenza dall’oscuro titolo “l’Europa e l’euro – un affare di famiglia”, organizzata dall’impronunciabile Bundesverband der Deutschen Industrie and Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände. Le su parole, una dopo l’altra, le potete trovare qui.

Arriviamo subito al punto. Da pagina 2 a pagina 4, si evince una clamorosa invasione di campo del presidente di quella che dovrebbe essere un’autorità monetaria indipendente, e che quindi non dovrebbe affatto occuparsi delle politiche economiche adottate da governi di paesi sovrani. Invece Draghi ci mette il becco. Si dirà che le politiche monetarie devono procedere di pari passo con politiche fiscali, e che quindi Draghi è giustificato a parlare.

Ok. E che dice Draghi? Molto semplice: le nazioni europee, soprattutto quelle in difficoltà, devono procedere attraverso un taglio dei salari dei lavoratori, col fine di aumentare la loro competitività (delle nazioni, s’intende). Parole che pesano come un macigno nello scenario europeo: dopo la proposta del Fondo Monetario Internazionale di tagliare i salari del 10% in Spagna (e “moderarli” Francia) e il conseguente endorsement del vice-presidente della Commissione Europea, nonché commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn (entrambi li trovate qui), ora anche il terzo membro della Troika si schiera. Ecco la traduzione del passaggio fondamentale del discorso di Draghi:

La competitività può essere misurata in più modi, ma fondamentalmente è il confronto tra costi relativi e produttività relativa. All’interno dell’eurozona, dal momento che ogni stato condivide lo stesso tasso di cambio, una misura chiave di competitività è il costo relativo del lavoro in relazione alla produttività relativa – in altre parole, il costo unitario del lavoro.

Nella prima decade dell’unione monetaria, non si è prestata attenzione al costo del lavoro e alle sue implicazioni sulla competitività. Questo perché c’era la falsa presunzione che i conti delle partite correnti non fossero importanti in un’area con una moneta unica. Il risultato è stato che sono emersi squilibri di competitività. Abbiamo visto salari e produttività procedere su trend divergenti in molti paesi dell’eurozona. Per qualcuno di essi è venuto a crearsi un significativo gap di competitività che ha prodotto grandi deficit delle partite correnti.

Perché tutto ciò è importante?

Non solo perché persistenti deficit delle partite correnti creano delle vulnerabilità, come la dipendenza da finanziamenti esterni e un settore bancario super-indebitato, ma anche perché, a partire dal 2008, quei paesi che erano più competitivi hanno in media goduto di margini maggiori, minori livelli di debito pubblico, più crescita e più occupazione.

Questa correlazione suggerisce che chiudere questo gap di competitività è una componente chiave per migliorare l’attuale situazione economica.

Chiudere il gap di competitività

Un modo per riacquistare competitività velocemente è quello di focalizzarsi sul numeratore del costo unitario del lavoro – i salari nominali. Un ulteriore approccio a lungo termine è quello di aumentare il denominatore – e cioè di raggiungere livelli più alti di produttività. A mio parere, oggi nell’eurozona abbiamo bisogno di entrambi.

Sul primo numero (salari nominali, ndr), nell’eurozona ci sono già incoraggianti segnali di riequilibrio in termini di competitività di costi.  In parte grazie alle riforme strutturali introdotte da diversi paesi, sta avvenendo un aggiustamento dei costi relativi, dopo che questi sono stati disallineati in passato.

Ad esempio, il volume delle esportazioni spagnole è cresciuto di più del 20% a partire dal 2009. Col passare del tempo, un aumento dei margini di profitto dovrebbe consentire alle aziende spagnole di espandere la propria capacità e assumere lavoratori.

Permettetemi però di essere chiaro: io non considero la competitività come una corsa tra i paesi dell’eurozona, con vincitori e vinti. Ecco perché la sfida di lungo periodo di aumentare il livello di produttività è altresì fondamentale. Mentre l’aggiustamento dei costi aumenta la competitività solo in maniera relativa, gli aumenti di produttività, incrementando la crescita, possono beneficiare tutte le nazioni.

Uff, roba tosta.

Ricapitoliamo: in un primo momento, Draghi ammette implicitamente che la causa della crisi non è l’eccessivo indebitamento pubblico dei PIIGS, cosa peraltro ormai ampiamente risaputa. No, la crisi è stata innescata da un eccessivo indebitamento del settore privato delle nazioni periferiche, in particolare del loro settore bancario, che ha aperto le porte a enormi (e incontrollati) afflussi di capitale che, ovviamente, hanno fatto nascere, usando le parole di Draghi, “grandi deficit delle partite correnti”. 

Questa è quindi la diagnosi ormai accettata anche dai più alti membri del PUDE. Passiamo alla cura: come uscire dalla crisi? Per non dare troppo nell’occhio, Draghi propone due vie: quella del taglio salariale e quella dell’aumento della produttività. La seconda, però, viene bollata come “misura di lungo periodo”: in poche parole, dato che siamo con l’acqua alla gola, lasciamola perdere e concentriamoci sulla prima.

Qual è l’esempio portato dal Presidente della Bce? La Spagna, ovviamente, la quale, come già precisato sopra, è stata oggetto di una precisa richiesta da parte del FMI appoggiata dalla Commissione Europea: tagliare i salari del 10%.

Conclusione – Le parole di Draghi non sono affatto sorprendenti per chi ha aperto gli occhi già da un pezzo: in assenza di un tasso di cambio flessibile, shock esterni devono essere assorbiti dalla forza lavoro attraverso disoccupazione di massa e tagli salariali: la cosiddetta svalutazione interna.

Cari lettori, a questo punto sarete portati a pensare che tutte le maggiori testate giornalistiche italiane riportino le parole di Draghi con titoli funesti, del tipo: “Draghi, taglio dei salari unica soluzione”, o “La Bce ai governi europei: tagliate gli stipendi dei lavoratori”. Invece no: tutti i maggiori quotidiani nazionali hanno ovviamente scritto che Draghi ha tenuto un discorso, senza però scrivere nemmeno una parola sulla proposta fondamentale fatta dal Presidente della Bce.

Ecco a voi il Corriere, la Repubblica, la Stampa, il Messaggero, il Secolo XIX, il berlusconiano il Giornale e persino il controcorrente Fatto Quotidiano. Tutti che blaterano di riforme, competitività, eccetera, facendo acrobazie per non menzionare quello che è il vero messaggio di Draghi. Insomma, la solita mala informazione infarcita di leccaculismo e sottomissione al dogma unico del PUDE.

Purtroppo per loro, al giorno d’oggi esiste una cosina chiamata internet. Sempre purtroppo per loro, c’è qualcuno che sa dove scovare le notizie. Ancora purtroppo per loro, c’è chi non ha problemi con la lingua inglese. E, soprattutto, c’è chi ha aperto gli occhi e vuole informare i propri concittadini affinché facciano altrettanto.

I giorni dell’euro, prima o poi, finiranno, e sarà anche merito nostro.

Aggiornamento del 17 settembre, ore 21.09: leggete un po’ qua. Sembrerebbe che il caro Olli Rehn abbia dichiarato che in Italia i salari non sono allineati alla produttività, e che  “paesi come Francia, Italia e Finlandia perdono la loro fetta di mercato sull’economia mondiale” proprio perché il livello salariale sarebbe troppo alto. Giusto per ricordare a quelli che “l’Italia non è la Grecia” che ci siamo dentro anche noi, fino al collo. Se vi ritroverete il vostro stipendio abbassato di un buon 10%, non dite che non ve l’avevo detto…