FMI e Commissione Europea: “Tagliare i salari in Spagna”

Lo abbiamo detto tante, tante volte. In mancanza di un tasso di cambio flessibile, gli squilibri macroeconomici si scaricano interamente sul lavoro. Per farla breve: i paesi europei in crisi, per aumentare la propria competitività, non potendo svalutare la moneta, svalutano il lavoro, per cercare di collocare le proprie merci sul mercato estero a un prezzo inferiore (e quindi, appunto, più competitivo).

Restare nel sistema della moneta unica, cari euro-lovers, vuol dire questo: anni di alta disoccupazione per spingere i salari verso il basso e creare deflazione, ossia un abbassamento generale del livello dei prezzi. Una politica economica geniale quando si opera in un ambiente di debiti pubblici altissimi, come quello della periferia dell’eurozona. Già, perché deflazione vuol dire aggravare il peso del debitore, che ha lo stesso debito, ma minor reddito di prima per servirlo; come se non bastassero già tutte le acrobazie che i governi fanno per tappare questo e quel buco di bilancio.

Una politica suicida, quindi, che paradossalmente è l’unico modo di tenere insieme l’eurozona e, allo stesso tempo,di distruggerla.

Proprio ieri, il Fondo Monetario Internazionale, ha pubblicato un report sullo stato di salute della Spagna. Ovviamente la diagnosi è grave, soprattutto quando si parla di disoccupazione, che è ormai alle stelle. Qual è, quindi, il consiglio spassionato del FMI a Re Juan Carlos I di Spagna e sudditi? Tagliare i salari (almeno del 10%) per creare occupazione. Vediamo come.

Il Fondo parte con lo spiegare che il livello salariale in Spagna non si è dimostrato abbastanza flessibile nel seguire l’andamento del mercato del lavoro: l’eccesso di offerta dovrebbe far diminuire i salari di più di quanto sia avvenuto finora. Ecco quindi le tre riforme che si dovrebbero attuare subito:

1- Più flessibilità del mercato del lavoro, con la ben poco criptica frase “i salari e i contratti di lavoro devono essere più sensibili alle condizioni economiche”. Non ci vuole un genio per capire che, essendo l’economia spagnola in recessione, la flessibilità è in uscita, non certo in entrata. Anche perché, come ci ricorda lo stesso report, la Spagna inizierà forse (FOOORSE) a creare posti di lavoro nel 2016.

2- Ridurre il numero di contratti di lavoro, introducendo “un contratto a tempo indeterminato con costi di licenziamento inizialmente bassi, che aumentano gradualmente con gli anni”. Piccola osservazione: in questo modo si stanno incentivando le imprese a intraprendere una politica di usa e getta. Lavori un anno, magari due, e poi ti lasco a casa, assumendone un altro, altrimenti i costi salgono. Sì, questa è precarizzazione bella e buona. Inoltre, “la possibilità di appellarsi all’autorità giudiziaria in caso di licenziamento deve essere ridotta“: ti licenziano senza giusta causa? Ca**i tuoi.

3- Aumentare le opportunità di occupazione, attraverso corsi e servizi di collocazione, uniti a una riduzione del carico fiscale per facilitare le assunzioni. E qui, il sottoscritto non ha nulla da ridire.

Ma non è tutto. Subito dopo, il FMI si esibisce nella stesura di un epico punto 13, a pagina 13 (numero sfortunato?), che va tradotto nella sua interezza.

13. Un accordo tra sindacati e imprese potrebbe aumentare i benefici, in termini di occupazione, portati dalle riforme strutturali. Anche in uno scenario di rialzo, salari e assunzioni si adeguerebbero soltanto gradualmente, implicando un lungo periodo di altissima disoccupazione. Un accordo di questo tipo […] è così strutturato: (1) le imprese si impegnano ad aumentare significativamente il numero delle assunzioni in cambio di una riduzione dei salari che deve essere accettata dai sindacati e (2) qualche incentivo fiscale nella forma di tagli immediati ai contributi per la previdenza sociale compensati da entrate indirette (per le casse dello stato, ndr) nel medio periodo. Una grande diminuzione della disoccupazione e una riduzione dell’inflazione saranno cruciali affinché il potere di acquisto aggregato delle famiglie non vada in sofferenza. Un accordo di questo tipo dovrebbe essere complementare, e non sostitutivo, delle riforme strutturali. Le sfide per tutte le parti coinvolte sono enormi, e sarà cruciale evitare accordi che diluiscano o ritardino le riforme strutturali.

Da notare come l’incentivo fiscale proposto sia un taglio ai contributi per la previdenza sociale: va da sé che ne conseguirebbe un deterioramento del welfare e dei servizi previdenziali. E volete sapere come si tapperebbe il buco che si verrebbe a creare nelle finanze pubbliche? Con un aumento dell’IVA.

Nel modello esemplificativo che viene proposto subito sotto, si descrive lo scenario in cui i salari vengono tagliati del 10% e i contributi per la previdenza sociale rilassati 1⅔%, compensati da un incremento di IVA. Questi i risultati della simulazione:

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I risultati – dice l’FMI – suggeriscono che la moderazione salariale, associata a una caduta dei prezzi, avrebbe un impatto positivo sulla crescita economica e favorirebbero l’aggiustamento fiscale. Il declino di prezzi e salari risulterebbe in una deflazione del 5% circa nell’arco di 3 anni, aumentando le esportazioni e rallentando le importazioni (certo, quando abbatti la domanda interna, le importazioni calano, ndr). È importante notare che un accordo sociale credibile avrebbe anche un grande impatto positivo sugli investimenti, dati i bassi costi di produzione e le migliori aspettative future. Come risultato, il PIL sarebbe di 5 punti maggiore rispetto al valore di riferimento. Il deficit fiscale aumenterebbe, ma verrebbe rapidamente aggiustato dalle maggiori entrate derivanti dall’aumento dell’IVA e dall’economia più solida – in entrambi i casi il debito pubblico sarebbe minore nel medio periodo rispetto al valore di riferimento. L’occupazione aumenterebbe di 7 punti percentuali. Con la caduta dei salari nominali, l’occupazione crescerebbe a un ritmo maggiore, specialmente nel secondo e terzo anno – riducendo il tasso di disoccupazione di circa 6-7 punti percentuali entro il 2016. Il consumo privato potrebbe in qualche modo diminuire nel primo anno, ma la caduta sarebbe limitata dal fatto che le famiglie godrebbero di minori contributi per la previdenza sociale. Inoltre, la simulazione suggerisce che l’incremento di occupazione e la minore inflazione (i prezzi sarebbero più bassi del 4-5% dopo due anni) si dimostrerebbero sufficienti ad aumentare i consumi già a partire dal secondo anno. Il modello mostra anche che i risparmi aumenterebbero del 2-2½% nel primo anno – se non dovesse accadere, i consumi potrebbero quindi essere maggiormente sostenuti. In un periodo temporale di medio termine, i consumatori si trovano in una situazione migliore in entrambi gli scenari, dato il maggiore output e il maggior tasso di occupazione.

Per una spiegazione sul perché questo è il miglior modo per peggiorare le cose e spingersi da soli verso il baratro, ecco un post di Krugman, in precedenza tradotto per voi sempre dal sottoscritto per amor di patria.

Conclusioni: 1- sappiate che questo è il destino che attende anche l’Italia. 2- sappiate che si sta perpetrando un operazione di impoverimento economico e sociale a dir poco devastante. 3- sappiate che, sostenendo l’euro, siete a favore di politiche deflazionistiche di questo tipo.

Riusciremo a fermare questa follia prima che sia troppo tardi?

Update del 7 agosto 2013: anche Olli Rehn, con un articolo pubblicato sul suo blog, appoggia la proposta del FMI. “Perché non provarci?”, si chiede il vicepresidente della Commissione Europea. Bene, abbiamo la volontà del FMI e quella della Commissione Europea. Due dei tre membri della Troika sono d’accordo. Quindi, cari amici spagnoli, si farà.

E saranno cazzi amari.

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