Euroscettici nel 1992

Scusate se mi occupo ancora di Krugman, ma in questo periodo sembra aver preso gusto a parlare della crisi euro.

Mi riferisco a un suo post pubblicato sul suo blog qualche ora fa, in cui si fa riferimento a una discussione tra super-economisti tenutasi al famoso MIT nel lontano 1992. Ecco la traduzione integrale, sempre fatta per amor di popolo, del resoconto del dibattito.

I professori di economia del MIT si sono riuniti ieri pomeriggio per discutere la proposta di unione monetaria europea. I problemi economici europei hanno avuto grande spazio ultimamente, con la Francia che ha approvato il trattato di Maastricht la scorsa domenica e la Bundesbank tedesca che ha continuato a tenere alto il tasso d’interesse.

I professori, Olivier Blanchard PhD ’77, Rudiger W. Dornbusch, Stanley Fischer PhD ’69, e Paul R. Krugman PhD ’77, hanno tutti convenuto che una comune valuta europea poterebbe sfavorevoli ripercussioni economiche.

“Ci sono davvero pochi argomenti a favore dell’adozione di una moneta unica in Europa,” ha detto Fischer.

Blanchard ha sottolineato come il fascino dell’unione monetaria sia in parte dovuto al successo della moneta comune adottata dagli Stati Uniti. Uno degli svantaggi che risulterebbe dall’adozione di una moneta unica europea, sarebbe che le nazioni partecipanti sperimenterebbero un aumento del tasso di disoccupazione. I dati storici degli Stati Uniti suggeriscono che questo tipo di disoccupazione alla fine diminuirebbe, stabilizzandosi, un fatto che mitiga l’apprensione riguardo l’adozione della moneta unica.

Ma, dice Blanchard, probabilmente il tasso di disoccupazione, in Europa, non si stabilizzerebbe così facilmente come è avvenuto qui. In America, i lavoratori possono facilmente migrare di stato in stato, alleviando gli shock di disoccupazione; in Europa, invece, le barriere linguistiche potrebbero limitare o addirittura eliminare questi flussi migratori.

“L’unione monetaria funziona negli Stati Uniti perché i lavoratori possono muoversi liberamente tra gli stati. La mobilità del lavoro in Europa è insignificante,” ha detto Blanchard. L’aggiustamento che avverrebbe in Europa sarebbe “molto lungo e doloroso”.

Krugman ha suggerito che devono esserci sufficienti flussi commerciali tra le aree che condividono la moneta unica, affinché il meccanismo funzioni. E cioè l’ammontare dei flussi commerciali tra due città in due diverse nazioni dovrebbe essere comparabile a quello che avviene tra due città all’interno di uno stesso Paese.

Krugman ha citato come esempio il Canada e gli Stati Uniti: sebbene le tariffe siano basse tra le due nazioni, i flussi commerciali tra due città canadesi sono molto più significativi che quelli che ci sono tra due città ai lati opposti del confine. Per quanto riguarda l’Europa, l’intensità dei flussi commerciali è persino minore, per via delle differenze linguistiche, culturali, con gusti e attitudini diverse.

Sebbene gli economisti abbiano espresso apprensione sull’unione monetaria, alcuni studenti europei hanno accolto l’idea. Patrick M. Piccione ’95, uno studente belga, ha dichiarato, “credo che una moneta unica ci constringerebbe ad adottare un maggior coordinamento tra i Paesi della comunità economica europea”.

Tutto chiarissimo: già nel 1992 c’erano abbastanza elementi per capire che l’unione monetaria europea sarebbe stata una catastrofe.

Resta da capire chi sia il signor Piccione, il quale pare aver capito, già da allora, qual è il vero scopo dell’unione monetaria: “costringerci a…”. Costringerci è la parola giusta, “to force” in inglese, l’essenza di quel vincolo esterno che ci è stato imposto da qualche illuminato burocrate perché facessimo la cosa giusta, sempre.

Un’ultima domanda: come sarebbe andata a finire se, invece di un Piccione, avessero intervistato qualche volatile un po’ più nobile, che ne so, una candida Colomba o un Aquila Reale?

Lo dice Krugman, in tutta semplicità

In un post intitolato “The Asian Crisis Versus the Euro Crisis”, Paul Krugman fa capire in grande scioltezza perché per un Paese è opportuno avere il controllo sulla propria valuta.

Krugman confronta la crisi asiatica con quella dell’eurozona. Più precisamente, il nobel per l’economia confronta le risposte di Indonesia e Grecia alle crisi economiche che le hanno coinvolte, rispettivamente nel 1997-1998 e 2007-2008. Ebbene, guess what? L’Indonesia ha risposto molto meglio. E perché mai? Ecco la risposta, tradotta per voi:

È opportuno ricordare che tutto ciò che si dice sul perché la Grecia non riesce a riprendersi – problemi strutturali, corruzione, mancanza di leadership, yada yada (che sarebbe il nostro “bla, bla, bla”, ndr), veniva detto anche per l’Indonesia. Quindi, perché l’Indonesia è riuscita a riprendersi e la Grecia no?

Beh, per due ovvi motivi: l’Indonesia aveva una valuta che ha potuto svalutare, e svalutò in maniera massiccia. Ciò fu causa di grande stress finanziario nel breve periodo, ma ha aperto la via ad una crescita trainata dalle esportazioni. E il FMI, dopo aver inizialmente predicato misure di austerità in Asia, fece dietro-front e cambiò direzione; questa volta, invece, la Troika è stata inflessibile, senza imparare nulla dall’esperienza.

Chiaro, semplice, o, come dice Krugman stesso, ovvio. Questo non vuol dire che un’eventuale ritorno alla “nuova lira” sarebbe un gioco da ragazzi: come si legge nell’articolo, l’Indonesia fu soggetta a un grande stress finanziario, nel breve periodo. Qui, però, mi chiedo: e ora? Non stiamo forse vivendo in un periodo di grande stress finanziario?

La differenza sta nel dopo. Con l’euro, dopo il breve periodo c’è il baratro. Con una valuta “giusta”, c’è la ripresa. Perché, parliamoci chiaro: l’Italia ha tantissimo da esportare, e lo ha dimostrato negli anni, costruendo una grande economia degna di far sedere il nostro primo ministro in uno dei seggi del G8. E, badate bene, corruzzzzione, cattivi politici e fannulloni esistevano già allora.

Quindi… che aspettiamo?

La Grande Menzogna e il Piano Diabolico

ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE. Ecco il link del discorso tenuto da Andreas Dombret, membro del board della Bundesbank, in cui si parla della crisi euro: passato, presente e futuro. In queste 5 pagine c’è tutto: la Grande Menzogna (si parla esplicitamente di flussi di capitale verso le nazioni periferiche, ma la causa della crisi, alla fine, viene attribuita ai soliti debiti sovrani, invece che all’enorme debito PRIVATO accumulatosi in quegli anni); il dito puntato verso i brutti e cattivi governi che accrescevano i debiti pubblici; statistiche inventate per legittimare l’uso dell’austerità (secondo Dombret la maggioranza delle persone in Francia, Spagna, Italia e Germania chiede a gran voce misure di austerità, ma LOL!); la chiamata alle riforme, in particolare a quella del lavoro, in nome della FLESSIBILITÀ; e varie misure che sarebbero necessarie per salvare l’Eurozona (Patto di Stabilità, Unione Bancaria; Rispetto Indipendenza della BCE, ecc.).

Questa volta non tradurrò tutto (sono 5 pagine di schifezze!), ma c’è un passaggio FONDAMENTALE:

Non solo le nazioni dell’Eurozona devono mettere i conti in ordine, ma devono anche effettuare riforme per essere più competitive. Non c’è una soluzione semplice, pronta per l’uso; ogni nazione ha bisogno di riforme diverse. C’è però un comune denominatore. Il mercato del lavoro deve essere reso più flessibile. Un mercato del lavoro flessibile aiuta le imprese ad adattarsi velocemente a diverse situazioni. Ciò non è importante solamente in periodi di crisi, ma favorisce anche il ritmo complessivo della crescita economica.

In poche parole: crisi -> licenziamenti di massa -> taglio dei salari e peggioramento delle condizioni lavorative -> più competitività -> esportazioni -> quanto siamo bravi e belli noi tedeschi.

Vogliamo adottare questo modello? Ok. Basta però avere il coraggio di dirlo.

FMI alla Francia: “Moderare Salari e Tagliare Welfare”

Pochi giorni dopo l’illuminante report sulla Spagna, che ha evidenziato chiaramente cosa voglia dire per le nazioni in crisi rimanere nell’euro (tagli salariali e deflazione), ecco che il Fondo Monetario Internazionale si dedica alla Francia.

Anche in questo caso, la diagnosi non è confortante: stagnazione e crescita della disoccupazione per tutto il 2014. Come migliorare le prospettive del paese, secondo il FMI? La risposta è sempre quella: tagli alla spesa per il welfare e moderazione salariale. Vediamo in dettaglio le raccomandazioni fatte.

19. Diagnosi: nonostante il trend della produttività in Francia mostri un declino a partire dagli anni ’90, i salari reali sono stati sostenuti, a scapito della quota di reddito destinata ai profitti. Questa deviazione della distribuzione del valore aggiunto ha aiutato a mantenere i consumi interni, ma ha anche indebolito nel tempo la capacità delle aziende di innovare e rimanere competitive nei mercati internazionali. Inoltre, l’esteso sistema di assicurazione sociale e di ridistribuzione (welfare, ndr), che ha contribuito a dare all’economia francese una buona resistenza agli shock, è diventato sempre più difficile da mantenere, dal momento che la base di reddito che la finanziava ha perso la sua spinta propulsiva.

A questo punto, potremmo già tirare le conclusioni. Ma andiamo avanti.

Il fondo raccomanda inizialmente una cosa sensata: rilassare il ritmo dell’austerità per rientrare negli assurdi parametri di Maastricht (ovviamente loro non si esprimono in questo modo), e agire attraverso tagli alla spesa piuttosto che all’imposizione di nuove tasse. Ok, ci sta.

Ma quando si inizia a parlare di riforme strutturali, si ricade nel solito mantra: “PIÙ FLESSIBILITÀ!!!”

Frasi presenti nel report, come “chiudere il gap tra costi di produzione e  produttività” e “rimuovere le rigidità nel mercato del lavoro” ci suonano ormai familiari, e vogliono dire una sola cosa: moderare gli stipendi per recuperare competitività. Competitività de che? Quella sui mercati internazionali, ovviamente, perché la ricetta ricorrente la conosciamo: esportare, esportare, esportare. Una nazione è bella, brava ed efficiente se esporta. Questa, ovviamente, è la follia irrealizzabile chiamata mercantilismo.

Ecco il passaggio cruciale: “per chiudere il gap tra salari e produttività, un aggiustamento dei salari potrebbe essere necessario”. Chiaro e limpido. E, sempre per chiudere questo gap, viene raccomandato un temporaneo congelamento del salario minimo.

Infine, ecco un interessante accoppiata di grafici:

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Ecco l’andamento dei costi del lavoro in Germania, Francia, Italia e Spagna. Dal 2010 a oggi, il trend italiano e quello spagnolo sono andati calando, mentre quelli di Francia e Germania crescono. Nel grafico a destra, si può vedere come i salari italiani siano già al di sotto del livello franco-tedesco, ma più alti di quelli spagnoli. Insomma, il processo di moderazione salariale va avanti inesorabile anche nel nostro paese: fattore fisiologico quando la disoccupazione è alta. Il punto, però, è questo: dato che la disoccupazione rimarrà alta per anni e anni (a meno che l’euro esploderà relativamente presto, cosa altamente probabile), l’Europa vivrà nella piacevolissima situazione in cui i salari calano, la domanda interna viene abbattuta, verrà a crearsi deflazione, la quale aggraverà ulteriormente il peso del debito, fatto che chiamerà nuova austerità, e via dicendo.

Questo, amici miei, vuol dire far parte dell’eurolandia. Enjoy!

 

FMI e Commissione Europea: “Tagliare i salari in Spagna”

Lo abbiamo detto tante, tante volte. In mancanza di un tasso di cambio flessibile, gli squilibri macroeconomici si scaricano interamente sul lavoro. Per farla breve: i paesi europei in crisi, per aumentare la propria competitività, non potendo svalutare la moneta, svalutano il lavoro, per cercare di collocare le proprie merci sul mercato estero a un prezzo inferiore (e quindi, appunto, più competitivo).

Restare nel sistema della moneta unica, cari euro-lovers, vuol dire questo: anni di alta disoccupazione per spingere i salari verso il basso e creare deflazione, ossia un abbassamento generale del livello dei prezzi. Una politica economica geniale quando si opera in un ambiente di debiti pubblici altissimi, come quello della periferia dell’eurozona. Già, perché deflazione vuol dire aggravare il peso del debitore, che ha lo stesso debito, ma minor reddito di prima per servirlo; come se non bastassero già tutte le acrobazie che i governi fanno per tappare questo e quel buco di bilancio.

Una politica suicida, quindi, che paradossalmente è l’unico modo di tenere insieme l’eurozona e, allo stesso tempo,di distruggerla.

Proprio ieri, il Fondo Monetario Internazionale, ha pubblicato un report sullo stato di salute della Spagna. Ovviamente la diagnosi è grave, soprattutto quando si parla di disoccupazione, che è ormai alle stelle. Qual è, quindi, il consiglio spassionato del FMI a Re Juan Carlos I di Spagna e sudditi? Tagliare i salari (almeno del 10%) per creare occupazione. Vediamo come.

Il Fondo parte con lo spiegare che il livello salariale in Spagna non si è dimostrato abbastanza flessibile nel seguire l’andamento del mercato del lavoro: l’eccesso di offerta dovrebbe far diminuire i salari di più di quanto sia avvenuto finora. Ecco quindi le tre riforme che si dovrebbero attuare subito:

1- Più flessibilità del mercato del lavoro, con la ben poco criptica frase “i salari e i contratti di lavoro devono essere più sensibili alle condizioni economiche”. Non ci vuole un genio per capire che, essendo l’economia spagnola in recessione, la flessibilità è in uscita, non certo in entrata. Anche perché, come ci ricorda lo stesso report, la Spagna inizierà forse (FOOORSE) a creare posti di lavoro nel 2016.

2- Ridurre il numero di contratti di lavoro, introducendo “un contratto a tempo indeterminato con costi di licenziamento inizialmente bassi, che aumentano gradualmente con gli anni”. Piccola osservazione: in questo modo si stanno incentivando le imprese a intraprendere una politica di usa e getta. Lavori un anno, magari due, e poi ti lasco a casa, assumendone un altro, altrimenti i costi salgono. Sì, questa è precarizzazione bella e buona. Inoltre, “la possibilità di appellarsi all’autorità giudiziaria in caso di licenziamento deve essere ridotta“: ti licenziano senza giusta causa? Ca**i tuoi.

3- Aumentare le opportunità di occupazione, attraverso corsi e servizi di collocazione, uniti a una riduzione del carico fiscale per facilitare le assunzioni. E qui, il sottoscritto non ha nulla da ridire.

Ma non è tutto. Subito dopo, il FMI si esibisce nella stesura di un epico punto 13, a pagina 13 (numero sfortunato?), che va tradotto nella sua interezza.

13. Un accordo tra sindacati e imprese potrebbe aumentare i benefici, in termini di occupazione, portati dalle riforme strutturali. Anche in uno scenario di rialzo, salari e assunzioni si adeguerebbero soltanto gradualmente, implicando un lungo periodo di altissima disoccupazione. Un accordo di questo tipo […] è così strutturato: (1) le imprese si impegnano ad aumentare significativamente il numero delle assunzioni in cambio di una riduzione dei salari che deve essere accettata dai sindacati e (2) qualche incentivo fiscale nella forma di tagli immediati ai contributi per la previdenza sociale compensati da entrate indirette (per le casse dello stato, ndr) nel medio periodo. Una grande diminuzione della disoccupazione e una riduzione dell’inflazione saranno cruciali affinché il potere di acquisto aggregato delle famiglie non vada in sofferenza. Un accordo di questo tipo dovrebbe essere complementare, e non sostitutivo, delle riforme strutturali. Le sfide per tutte le parti coinvolte sono enormi, e sarà cruciale evitare accordi che diluiscano o ritardino le riforme strutturali.

Da notare come l’incentivo fiscale proposto sia un taglio ai contributi per la previdenza sociale: va da sé che ne conseguirebbe un deterioramento del welfare e dei servizi previdenziali. E volete sapere come si tapperebbe il buco che si verrebbe a creare nelle finanze pubbliche? Con un aumento dell’IVA.

Nel modello esemplificativo che viene proposto subito sotto, si descrive lo scenario in cui i salari vengono tagliati del 10% e i contributi per la previdenza sociale rilassati 1⅔%, compensati da un incremento di IVA. Questi i risultati della simulazione:

Schermata 2013-08-03 a 12.48.48

I risultati – dice l’FMI – suggeriscono che la moderazione salariale, associata a una caduta dei prezzi, avrebbe un impatto positivo sulla crescita economica e favorirebbero l’aggiustamento fiscale. Il declino di prezzi e salari risulterebbe in una deflazione del 5% circa nell’arco di 3 anni, aumentando le esportazioni e rallentando le importazioni (certo, quando abbatti la domanda interna, le importazioni calano, ndr). È importante notare che un accordo sociale credibile avrebbe anche un grande impatto positivo sugli investimenti, dati i bassi costi di produzione e le migliori aspettative future. Come risultato, il PIL sarebbe di 5 punti maggiore rispetto al valore di riferimento. Il deficit fiscale aumenterebbe, ma verrebbe rapidamente aggiustato dalle maggiori entrate derivanti dall’aumento dell’IVA e dall’economia più solida – in entrambi i casi il debito pubblico sarebbe minore nel medio periodo rispetto al valore di riferimento. L’occupazione aumenterebbe di 7 punti percentuali. Con la caduta dei salari nominali, l’occupazione crescerebbe a un ritmo maggiore, specialmente nel secondo e terzo anno – riducendo il tasso di disoccupazione di circa 6-7 punti percentuali entro il 2016. Il consumo privato potrebbe in qualche modo diminuire nel primo anno, ma la caduta sarebbe limitata dal fatto che le famiglie godrebbero di minori contributi per la previdenza sociale. Inoltre, la simulazione suggerisce che l’incremento di occupazione e la minore inflazione (i prezzi sarebbero più bassi del 4-5% dopo due anni) si dimostrerebbero sufficienti ad aumentare i consumi già a partire dal secondo anno. Il modello mostra anche che i risparmi aumenterebbero del 2-2½% nel primo anno – se non dovesse accadere, i consumi potrebbero quindi essere maggiormente sostenuti. In un periodo temporale di medio termine, i consumatori si trovano in una situazione migliore in entrambi gli scenari, dato il maggiore output e il maggior tasso di occupazione.

Per una spiegazione sul perché questo è il miglior modo per peggiorare le cose e spingersi da soli verso il baratro, ecco un post di Krugman, in precedenza tradotto per voi sempre dal sottoscritto per amor di patria.

Conclusioni: 1- sappiate che questo è il destino che attende anche l’Italia. 2- sappiate che si sta perpetrando un operazione di impoverimento economico e sociale a dir poco devastante. 3- sappiate che, sostenendo l’euro, siete a favore di politiche deflazionistiche di questo tipo.

Riusciremo a fermare questa follia prima che sia troppo tardi?

Update del 7 agosto 2013: anche Olli Rehn, con un articolo pubblicato sul suo blog, appoggia la proposta del FMI. “Perché non provarci?”, si chiede il vicepresidente della Commissione Europea. Bene, abbiamo la volontà del FMI e quella della Commissione Europea. Due dei tre membri della Troika sono d’accordo. Quindi, cari amici spagnoli, si farà.

E saranno cazzi amari.