Capital flows, per gli amici “flussi di capitale”

Chi il paraocchi se l’è tolto da un pezzo, sa benissimo che all’origine della crisi si colloca il debito privato accumulato dalle nazioni dell’Europa periferica in seguito a mastodontici flussi di capitale provenienti dall’Europa centrale. Questo movimento si spiega nel seguente modo: gli investitori “centrali” approfittavano dei rendimenti più elevati che venivano offerti dalle più arretrate economie periferiche, senza doversi preoccupare dei problemi di cambio valutario: di fatto, la moneta era, ed è, una sola.

Uno studio pubblicato oggi dalla BCE, a firma di Mario Draghi, intitolato “The International Role of the Euro” (WOW!), esibisce un grafico che mostra i flussi di capitale verso le economie periferiche (stressed euro area countries) nel periodo 2005-2012, e verso le altre economie europee (quelle centrali) nello stesso arco temporale. Eccolo riproposto qui sotto:
Schermata 2013-07-03 a 19.08.56 Che dire? Nel periodo pre-crisi, fino a fine 2008, si verifica un massiccio afflusso di capitali verso le economie periferiche, composto prevalentemente da portfolio investments (investimenti passivi in securities – bond, azioni, ecc.) e da investimenti privati. Badate bene, questi capitali erano destinati fondamentalmente a fare credito, e non a creare attività produttive sul territorio: infatti, i Foreign Private Investments sono negativi per tutto il periodo analizzato. Per capirci, i PIIGS non stavano affatto attirando i famigerati investitori esteri, ma i capitali esteri, che è diverso.

Vogliamo ricordare come finisce la storiella? OK. Il flusso di capitali da il via al credito facile, che alimenta redditi e investimenti. Questi surriscaldano l’economia e provocano spinte inflazionistiche. L’inflazione nelle economie periferiche si pone a un livello più alto rispetto quella nelle economie centrali. Questo squilibrio porta ad una progressiva perdita di competitività dei prodotti periferici sui mercati esteri. Crolla l’export. Si ferma il flusso dei capitali. Falliscono aziende e le banche sono sull’orlo del baratro. Lo stato è obbligato ad agire assorbendo le perdite. Il debito pubblico scoppia. Lo spread sale. La Germania pretende che le nazioni in difficoltà attuino politiche di austerità per far cassa, e cioè, per ripagare i debiti che il settore privato di quegli stati ha contratto con le banche tedesche.

Eccovi spiegata la crisi dell’euro.

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