La politica economica del governo Merkel III

Tra poco si terranno le elezioni per la cancelleria tedesca: inutile dirlo, vincerà la Merkel. Di conseguenza, si potrebbe essere portati a pensare che nulla cambierà nell’eurozona: la Germania rimarrà granitica sulle posizioni di politica economica che ha difeso per tutti questi anni di eurocrisi.

Ebbene, forse è sbagliato pensarla così. Abbiamo già assistito a un ammorbidimento dell’austerità per alcune nazioni, come Francia e Olanda, che potranno rientrare negli inutili parametri di Maastricht (deficit sotto il 3%) con quale tempo di ritardo. Ma, dopotutto, sempre di austerità si trattava. Con l’avvento delle elezioni, la Germania si è mantenuta ferma per non urtare troppo la sensibilità degli elettori tedeschi, la maggior parte dei quali è ancora convinta che le loro tasse vadano a ripagare i debiti dei paesi spendaccioni e lazzaroni del sud Europa.

Dopo le elezioni, però, forse (ripeto, forse) qualcosa cambierà. Già, perché per una nazione mercantilista come la Germania, mantenere un ampio surplus commerciale, e cioè esportare come dei dannati, è assolutamente vitale. Finora ci sono riusciti alla grande, con un bel dumping salariale che ci ha fregato tutti (vedi alla voce “minijob”) per essere più competitiva rispetto alle altre nazione dell’eurozona, e inondando queste stesse nazioni di denaro per far sì che potessero importare i prodotti tedeschi.

Questo giochino, però, alla lunga si rompe. Quando i flussi finanziari, dalla Germania al sud Europa, si sono fermati, perché il tasso di indebitamento estero delle nazioni periferiche si faceva molto preoccupante, è scoppiata una forte crisi di debito, privato prima, e pubblico dopo, in quanto il pubblico si è accollato gran parte dei debiti del privato. E la ricetta imposta dalla Germania qual è stata? Austerità. Già, il debito pubblico, conseguenza della crisi, fu fatto passare come causa, per motivi ideologici (meno stato spendaccione, più mercato efficiente). Di conseguenza, i governi dei PIIGS dovettero sottoscrivere ricette economiche folli che, sebbene avessero il dichiarato intento di abbattere i debiti (tagli alla spesa pubblica e imposizione di nuove tasse) e portare crescita attraverso riforme strutturali, si sono dimostrate un disastro su ogni fronte: i debiti sono esplosi, la crescita non si vede, e le poche riforme che si vedono vanno nella direzione di impoverire la gente e negare diritti acquisiti.

In realtà, come ci ricorda molto chiaramente Alberto Bagnai, l’austerità è servita a risolvere la vera causa della crisi: il deficit persistente di bilancia commerciale. Per portarla in attivo, o diminuire il passivo, bisogna che si importi di meno e si esporti di più. Come si prendono due piccioni con una fava? Con l’austerità, la quale provoca un calo dei redditi dei cittadini, i quali spendono di meno, facendo crollare le importazioni; inoltre, la disoccupazione di massa regalataci dall’austerità provoca una pressione al ribasso dei salari dei lavoratori, i quali sono portati ad accettare scarse retribuzioni pur di poter sfamare, per quanto possibile, i propri figli. Un livello salariale più basso significa, per le aziende italiane, meno costi e, di conseguenza, possibilità di offrire prezzi più bassi, aumentando la loro competitività sui mercati esteri ed esportando di più.

L’austerità ha tutto sommato adempiuto a questo scopo, come mostrano i dati del nostro paese. Tutto ciò, però, va a scapito della grande nazione esportatrice, la Germania. Abbiamo detto che i paesi periferici hanno dovuto abbattere la domanda interna per importare meno merci. Fra queste, figurano anche, e in particolar modo, quelle tedesche. Insomma, come spesso si è detto, la Germania sta tagliando il ramo su cui è seduta, e lo si evince dal grafico sottostante, dati del FMI. Come ben si nota, la bilancia commerciale tedesca ha registrato un calo, che è destinato a continuare anche nei prossimi anni.

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È proprio questo trend che mi porta a pensare che, dopo le elezioni, quando ci sarà molto più spazio di manovra, la Merkel cambierà faccia. Come afferma John Studzinski, senior managing director di Blackstone Group, “penso che stiamo veramente chiudendo il capitolo di riforma europea in cui l’austerità è importante. Uno dei benefici delle elezioni in Germania sarà quello di chiudere definitivamente l’intera questione sull’austerità“. E ancora: “dopo le elezioni tedesche, i leader in tutta Europa potranno concentrarsi su creazione di posti di lavoro e investimenti“.

Come si creano posti di lavoro? Come si fanno investimenti? Aprendo i cordoni della borsa. Da quello che si evince da queste parole, agli stati in difficoltà verrà concesso, con molta cautela, di proporre politiche economiche espansive per rilanciare la domanda interna. Se è vero che, come abbiamo detto sopra, meno domanda interna = meno importazioni, va da sé che una parte della nuova domanda creata da queste politiche espansive si scaricherebbe su maggiori importazioni. Come dice il buon Bagnai, “con rapporti di cambio fissi, le politiche espansive semplicemente si scaricherebbero sul saldo estero: più reddito, più importazioni“. Già, perché se il mio reddito sale, lo spendo comunque sul prodotto che mi costa meno, e cioè quello tedesco, con buona pace per il rilancio dell’economia domestica.

La Germania, quindi, compierebbe una mossa molto utile su due fronti: il surplus tornerebbe a crescere e l’immagine della Germania beneficerebbe di una sorta di “operazione simpatia” di cui, dopo anni di austerità brutale, ha molto bisogno. Unico problemino: forse i cittadini tedeschi non la prenderebbero bene, ma chissenefrega: le elezioni sono ormai alle spalle. È chiaro che i problemi si ripresenterebbero ancora tutti, in maniera ancor più grave, dopo qualche tempo, e forse sarà lì che l’Eurozona andrà definitivamente in frantumi. A quel punto, però, la Germania avrà goduto ancora per qualche tempo di una situazione favorevole, sia per le proprie casse, riempite da anni di clamoroso surplus, sia per una prospettiva futura, in quanto, più tempo passa, più alto è il numero di aziende, competitors di quelle tedesche, che chiudono o passano di mano a investitori stranieri.

Concludo: forse non accadrà nulla di tutto ciò, però tanto vale dirlo prima, per evitare spiacevoli sorpresine poi. Dato che aperture dell’Europa a nuovi investimenti verrebbero salutati con giubilo dalla nostra classe politica e da tutti i loro adepti, è meglio avvertire con anticipo, piuttosto che fare il guastafeste nel bel mezzo della baldoria.

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Lucke, AfD: gli stati del sud Europa devono uscire dall’euro

In un’intervista rilasciata alla CNBC, Bernd Lucke, fondatore del partito euroscettico Alternative für Deutschland, che correrà alle elezioni governative che si terranno in Germania nel mese di settembre, ha spiegato in maniera molto semplice e cristallina il perché le nazioni del sud Europa, tra cui ovviamente l’Italia, dovrebbero uscire dall’euro. Ecco il passo tradotto:

“Innanzi tutto, gli stati del sud Europa dovrebbero uscire dall’euro poiché hanno dimostrato di non essere competitivi e, per loro, l’alternativa sarebbe un taglio salariale del 30% circa, cosa inaccettabile per i lavoratori di quei paesi”.

Punto. Tutto il resto è noia. Chi vuole l’euro, vuole una bella svalutazione salariale, in sostituzione a un relativamente comodo aggiustamento di cambio valutario che sarebbe stato fisiologico se avessimo avuto sovranità monetaria.

Alla luce di ciò, ognuno di noi deve prendere una posizione. Chi vuole tagliare i salari, si posizioni sotto l’egida dell’euro, a patto che vada poi a spiegare ad ogni lavoratore quali saranno le conseguenze.

Chi trae vantaggio da un eurexit?

Un bellissimo articolo compare oggi su Pieria. Si parla di mercantilismo, e della relazione che sorge tra nazione importatrice e quella esportatrice. Lo schema è semplice: flussi finanziari vanno dalla nazione esportatrice a quella importatrice, in modo che quest’ultima sia in grado di comprare i prodotti della prima. Le nazioni che si basano su questa politica mercantlista vedono il surplus commerciale come il paradiso economico, da perseguire a tutti i costi, farcendolo di moralismo spicciolo: chi esporta è bravo, chi è in deficit è cattivo.

Ecco un passo del testo, tradotto gentilmente dal sottoscritto:

In Europa, la Germania gioca lo stesso ruolo che la Cina ha nell’economia mondiale. Durante gli anni di boom, le banche tedesche prestarono soldi alle nazioni del sud Europa, soldi che venivano usati per stimolare la domanda e comprare prodotti tedeschi. Senza questi prestiti, le aziende di Stoccarda sarebbero senza lavoro. La fine dell’euro sarebbe più devastante per i lavoratori tedeschi che per i consumatori spagnoli. Se l’euro dovesse dissolversi nelle sue parti costituenti, la periferia meridionale europea diventerebbe immediatamente molto più competitiva nei mercati globali. Il nuovo marco tedesco, non più tenuto a valori bassi dalle debolezze di nazioni come la Spagna, si apprezzerebbe drammaticamente, portando conseguenze negative per il settore manifatturiero esportatore tedesco. È bene ricordare che quando, tra l’autunno e l’inverno del 2008, la bolla immobiliare scoppiò e il sistema finanziario barcollò sull’orlo del baratro, non furono le economie americane e britanniche (quelle che avevano creato la bolla) a soffrire di più, ma furono quelle che, come la Germania e la Cina, esportavano prodotti a USA e UK.

Chi trarrebbe vantaggio, quindi, da un eurexit?

Gli europei sono (ancora) a favore dell’euro?

Sondaggi freschi freschi arrivano dall’Europa. Eccovi riproposto il grafico che mostra il tasso di gradimento degli europei nei confronti della moneta unica (da prendere con le pinze dal momento che si non si tratta certo di sondaggi fatti da un ente indipendente e disinteressato!):

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Da sottolineare: il sostegno da parte dell’EU-27 (e cioè anche dei paesi che non hanno l’euro) si attesta solamente al 51%. Insomma, sul filo del rasoio. Il problema è che ad abbassare la media non sono quei paesi che stanno sperimentando i dolori atroci della moneta unica. Infatti, il 60% dei greci sembra ancora sostenere l’euro, dato simile a quello italiano (59%), per non parlare dei felicissimi irlandesi, il 69% dei quali è pro-euro, superando di gran carriera la nazione che dall’euro ha avuto grandi benefici (che si stanno però corrodendo nel tempo), e cioè la Germania (66%). La Francia, altra grande osservata per via dell’alto tasso di incazzosità dei suoi abitanti (unita alla propensione a fare rivoluzioni) sembra ancora apprezzare l’euro col 62% dei consensi.

Da Ovest, invece, sembra montare un certo malcontento da parte di paesi che fanno parte dell’area monetaria: Spagna e Portogallo si attestano al 52%. A dir la verità, però, chi si dichiara apertamente contro l’euro è “solo” il 37% in entrambi gli stati, che comunque non sfigura se confrontato col nostro 30%. Alla luce di ciò, anche il 36% dei francesi anti-euro assume un altro significato.

Per concludere, chi l’euro non ce l’ha, e gode della lucidità di pensiero di chi non ha una classe politica totalmente devota a venerare il PUD€, mostra una totale avversione alla moneta unica: un dato su tutti, quasi l’80% di britannici e svedesi è dichiaratamente euroscettico.

Una conclusione veloce: c’è ancora MOLTO da fare per aprire gli occhi agli italiani, sempre che sia possibile farglieli aprire. Già, perché probabilmente a dar loro una svegliata ci penseranno portoghesi e spagnoli, o forse i francesi quando la crisi li morderà per bene. Chi vivrà, vedrà.

Italia (s)vendesi

Il nostro caro Ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, ha rilasciato pochi giorni fa un’intervista alla televisione americana Bloomberg, in occasione del G20 di Mosca. Conosciamo il contenuto delle sue parole: possibile vendita di quote delle più grandi società partecipate (Eni, Enel, Finmeccanica) per abbattere il debito pubblico. Vabbé, contento lui…

Ieri è arrivata la chiusura del cerchio. Guardate un po’ che coincidenza: questo articolo, pubblicato dall’agenzia di stampa Reuters, riporta l’ideona che sembra stia avendo successo ai piani alti dell’Europa. In breve: riciclare il mastodontico surplus tedesco per acquistare i gioielli di famiglia degli stati in crisi. Col fine di dar loro una mano, s’intende 😉

Ecco alcuno brani dell’articolo, tradotti per puro servizio al popolo italiano.

(Reuters) – E se i risparmiatori tedeschi aiutassero a salvare la Grecia, il Portogallo, o la Spagna, investendo nei loro asset pubblici e nelle loro aziende, invece di insistere con piani di salvataggio (bailout) finanziati dai soldi dei contribuenti?

Questa nuova idea di riciclare l’enorme surplus commerciale tedesco, per evitare privatizzazioni a prezzo stracciato nelle economie più deboli dell’eurozona, incentivando la crescita nelle nazioni del sud, viene da in economista francese, Olivier Garnier.

Il capo economista della banca Societe Generale sostiene che creare un’agenzia responsabile dell’acquisto, ristrutturazione e privatizzazione di asset di proprietà dello stato, potrebbe risolvere molti problemi dell’Europa.

La “European Treuhand (Trust) Agency” offrirebbe una conversione di debito in azioni (“debt-for-equity”) che potrebbe sistemare le finanze degli stati in crisi dell’eurozona, riducendo gli squilibri delle partite correnti che c’è tra Nord e Sud (really???, ndr) e generando investimenti nella periferia europea.

[…] Questa idea potrebbe arrivare al momento giusto, dal momento che la Cancelliera Angela Merkel sta provando ad ammorbidire l’immagine della Germania, vista come l’inflessibile impositrice di austerità, mostrando un lato più amichevole  nell’aiutare gli stati in crisi a combattere la disoccupazione giovanile.

Ma agli oppositori greci e spagnoli ciò potrebbe sembrare un tentativo di colonizzazione della Germania, piuttosto che un aiuto. Anche i risparmiatori olandesi, austriaci e finlandesi potrebbero unirsi, anche se l’agenzia europea sarebbe comunque dominata da soldi tedeschi.

Riportando le parole del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, “vogliamo mostrare che non siamo solamente i risparmiatori migliori del mondo”, Garnier dice che “(Schaeuble) avrebbe dovuto aggiungere che i tedeschi devono mostrare di essere investitori più saggi, cercando di fare un uso più efficiente dei loro risparmi e delle loro garanzie da contribuenti”.

La privatizzazione delle aziende statali e di altre proprietà è una parte fondamentale dei piani di salvataggio prescritti dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

Ma i continui fallimenti da parte della Grecia di raggiungere gli obiettivi di privatizzazione, mostrano come sia difficile attrarre investitori seri in nazioni in profonda recessione, cercando di vendere attività redditizie a un prezzo giusto.

I tentativi del governo greco di vendere l’azienda attiva nel settore dell’energia e del gas naturale, la DEPA, è fallito lo scorso giugno, aprendo un buco di 1 miliardo nel piano di salvataggio e sollevando ulteriori dubbi sui piani per vendere i monopoli statali.

Altrove nella regione, i cosiddetti fondi avvoltoio di investitori privati stanno cercando di acquistare partecipazioni nelle migliori aziende spagnole a prezzi irrisori, dopo che le banche salvate dalla bancarotta sono state costrette a svendere.

Nel modello di Garnier, un veicolo di investimento a lungo termine, finanziato sia dal settore privato che dal governo tedesco, potrebbe comprare questi asset, togliendoli dal bilancio degli stati in crisi, per poi ristrutturarli e venderli al momento giusto, quando cioè si potranno fare profitti.

Garnier parla di “aumentare le partecipazioni straniere nei capitali di banche e aziende”, anche se molti greci probabilmente vedrebbero ciò come un’azione ostile da parte della Germania per impossessarsi dei loro patrimoni nazionali, mentre i tedeschi potrebbero giudicarlo un modo troppo rischioso di investire i propri soldi.

Quando il famoso quotidiano tedesco Bild uscì con il titolo “Vendete al vostra isola, greci in bancarotta! – e anche l’Acropoli!”, proprio all’inizio della crisi debitoria nel 2010, ciò causò rabbia e riaccese sentimenti ostili che ancora ribollivano dalla seconda guerra mondiale.

Ecco, mi fermo qui. Per la spiegazione completa sul perché non è saggio svendere i campioni nazionali, per giunta in un periodo di crisi profonda, vi rimando al post di Alberto Bagnai sul suo blog.

P.S. Fate girare, dobbiamo far capire che abbiamo capito.

Il Bivio Tedesco

Riportiamo qui sotto la traduzione dell’ultimo paragrafo di un interessantissimo articolo di Benn Steil su Bloomberg.com, il quale accosta la Germania dell’eurozona agli Stati Uniti di Bretton Woods.

Oggi, la Germania insiste con lo stesso piano creditore-centrico per rivitalizzare l’eurozona – nuovi prestiti per finanziare vecchi prestiti, mentre i debitori tagliano spese e salari per accomodare il tasso di cambio fisso. Se fosse vivo, Lippmann non avrebbe dubbi nell’avvertire questa infinita austerità imposta agli stati del sud Europa porterà inevitabilmente a una rottura politica che giudicherà questo stato di cose insostenibile. La Germania presto dovrà scegliere: in Piano Marshall per il sud, o un crollo politico ed economico dell’eurozona.

Già, la bomba a orologeria sta per esplodere…

Krugman: perché deflazione e taglio salariale sono inutili e dannosi

Ecco Krugman che ci spiega come un taglio salariale e l’avvento della famigerata deflazione sia inutile, anzi, dannosa:

Sì, nel modello standard AS-AD, un alto tasso di disoccupazione porta un abbassamento dei salari e dei prezzi, il che, alla fine, riporta l’economia alla piena occupazione. Ma come avviene ciò? Non certo perché tagliare i salari aumenta la quantità di lavoro richiesto – Keynes capì perfettamente questo punto molto prima che scrivesse la Teoria Generale: “O ancora, se un particolare produttore o una particolare nazione tagliasse i salari, allora, fino a che nessun altro segua il suo esempio, quel produttore o quella nazione sono in grado di ottenere un vantaggio nel commercio. Ma se i salari vengono tagliati da tutti, il potere di acquisto di una comunità intera viene ridotta della stessa grandezza di quanto si siano ridotti i costi”

No, l’unico motivo per cui la deflazione “funziona” nel modello standard è perché aumenta l’offerta monetaria reale, il che porta ad abbassare i tassi di interesse; in effetti, agisce come una politica monetaria espansiva. Ma, come nel caso del Giappone, un espansione monetaria è del tutto inefficace, perché il paese si trova in una trappola di liquidità, a meno che possa aumentare le aspettative del livello di inflazione in futuro. La deflazione certamente non aiuterà. Infatti, aggravando il peso del debito reale, finisce col peggiorare le cose.

Dato che anche l’eurozona si trova in una trappola di liquidità, con tassi di interesse ormai prossimi allo zero, il tutto si applica perfettamente anche alla situazione de noiatri.